mercoledì 15 novembre 2023

Platone 5 - Lo Stato e la missione del filosofo.

  Classi 3° A/B/C Linguistico

 Lo Stato e la missione del filosofo.

La riflessione politica di Platone sullo Stato occupa i diversi libri della Repubblica e, nell'apertura del primo libro, Platone apre la discussione con il dibattito tra Socrate e Trasimaco sul significato della giustizia: mentre Trasimaco sostiene che la giustizia rappresenti l'utile del più forte, per cui un tiranno che impone la propria volontà ai sudditi sarà sicuramente ingiusto, ma comunque più felice di essi; Socrate invece é di parere totalmente contrario e confuta tali tesi, ma il dialogo si chiude senza che i due convergano verso una definizione condivisa di cosa sia la giustizia. Questo primo libro della Repubblica era stato scritto da Platone molto tempo prima degli altri e, originariamente, Platone l'aveva concepito come un dialogo a sé stante.
Nel libro successivo, datato tra le opere della maturità, Socrate propone di risolvere il problema della definizione della giustizia partendo dall'analisi dello Stato, definito come un individuo allargato, in modo da rendere più semplice l'analisi. La scelta di Platone consiste nell'analizzare dapprima la giustizia in ambito politico, per poi considerarla in generale in un secondo momento.
In tal modo Platone sottolinea l'esistenza di un parallelismo tra individuo e Stato che caratterizzerà l'intera Repubblica. Il procedimento che Platone segue per delineare il suo progetto di Stato perfetto é il metodo deduttivo-razionale che, ripercorrendo le diverse tappe di formazione di uno stato, permette poi di descriverne la struttura e le istituzioni che ne consentono il funzionamento adeguato onde garantire la conservazione dei cittadini e la realizzazione della giustizia.
Così come l'anima per Platone risulta essere tripartita, cioè caratterizzata da tre facoltà, ma rimane comunque unica, allo stesso modo anche i cittadini devono essere suddivisi all'interno di tre classi e a ognuna di esse corrisponde una virtù specifica. La giustizia, per Platone, rappresenta proprio il rendere armonica la composizione di queste virtù, in modo da assegnare a ciascuna di esse il ruolo che le compete.
Affinché lo Stato possa funzionare secondo giustizia, sono quindi necessarie tre distinte classi sociali: quella dei filosofi governanti, che corrisponde all'anima razionale, quella dei guerrieri, che devono difendere lo Stato, che corrisponde all'anima irascibile e quella dei produttori, cioè dei lavoratori che producono i beni necessari al mantenimento dello Stato, in cui predomina l'anima concupiscibile.
Platone giustifica la suddivisione in classi riferendosi a un mito fenicio che denomina il mito dei figli della terra, che Platone presenta come una finzione o come un inganno vero e proprio, fatto però a fin di bene.
Tale mito, lo stesso Platone ammette, non ha alcuna corrispondenza reale, ma si dimostra utile per convincere ogni cittadino a svolgere il proprio compito senza ribellarsi.
Il mito racconta come gli dei abbiamo forgiato gli uomini usando oro, argento e ferro: coloro in cui prevale l'oro, cioè l'anima razionale, sono i filosofi che sono destinati al governo della città; gli uomini in cui prevale come metallo l'argento, cioè l'anima irascibile, sono i guerrieri a cui é affidata la difesa della città; mentre coloro in cui prevale il ferro saranno i produttori, coloro in cui prevale l'anima concupiscibile, legata cioè al desiderio, che avranno il compito di sostenere con il loro lavoro le altre due classi.
I cittadini, educati sin dall'infanzia a questo mito, secondo Platone accetteranno come naturale tale divisione  in classi, prevista nello Stato platonico.
Per ogni anima, e ogni classe sociale corrispondente, esiste una virtù specifica che lo Stato avrà il compito di tutelare: la sapienza per i filosofi, il coraggio o fortezza per i guerrieri, la temperanza per tutte le classi, ma soprattutto per i produttori. Platone ne desume che la giustizia deriverà dall'armonia tra le diverse componenti, ognuna delle quali dovrà svolgere la propria funzione senza alcuna pretesa di sostituirsi alle altre.

L'organizzazione dello Stato.

Allo scopo di garantire la virtù dei cittadini, Platone prosegue la sua analisi deduttiva sostenendo che, affinché lo Stato possa svolgere tale compito, devono essere rispettate alcune condizioni necessarie che hanno provocato molte critiche al modello di Stato platonico:
- le classi che hanno il compito di custodire lo Stato, governanti e guerrieri, che devono esercitare il potere, non devono usare del loro potere per scopi personali;
- lo Stato deve controllare e organizzare ogni aspetto economico, sociale ed educativo della vita dei suoi cittadini per poter realizzare le finalità etiche che si propone.
Platone sostiene che la prima condizione viene soddisfatta con un'organizzazione di tipo comunista per le classi sociali più alte: i governanti filosofi e i guerrieri non devono possedere né una propria famiglia, né alcuna proprietà privata, solo così si potrà garantire che costoro non potranno usare del potere a proprio esclusivo vantaggio e non per il bene di tutti i cittadini. Platone afferma che sarà compito esclusivo dello Stato di provvedere alle loro necessità. Per questi motivi dovrà essere proibito ai filosofi e ai guerrieri di poter contrarre unioni stabili, come il matrimonio ad esempio, in quanto anche le donne saranno in comune, così come il riconoscimento della paternità, in quanto i figli saranno affidati sin dalla loro tenera età alle cure di istituzioni statali, in modo che i genitori non possano neppure riconoscerli: soltanto così, secondo Platone, i filosofi non potranno usare il proprio potere per arricchire se stessi o le loro famiglie, o per favorire i propri figli.
Ai produttori, invece, non sarà consentito di esercitare alcun tipo di potere, ma potranno conservare sia la proprietà privata, che l'organizzazione familiare, che stimoleranno i produttori a una maggiore operosità con l'obiettivo di produrre di più non soltanto per il bene dello Stato, ma anche con la prospettiva di garantire il benessere proprio e dei propri figli.
Il fatto che le donne siano in comune non significa per Platone che la donna occupi un ruolo di subalternità nello Stato platonico, ma é esclusivamente motivata ad impedire unioni stabili tra i cittadini delle altre due classi. Al contrario Platone sottolinea come il ruolo delle donne nel suo progetto di Stato possiedono compiti e responsabilità in tutto simili a quelle dei cittadini maschi: la donna, infatti, ha diritto alla stessa educazione e allo svolgimento degli stessi compiti dei cittadini maschi e i cittadini si differenziano unicamente in relazione alla natura dei singoli, indipendentemente dal sesso. L’uguaglianza tra uomini e donne viene da Platone definita come “prima ondata” che costituisce la prima di tre tesi molto lontane dallo spirito dell’epoca, che rischiavano di contrastare il senso comune dei suoi contemporanei. La “seconda ondata” riguarda invece la regolamentazione delle unioni e delle nascite: Platone infatti afferma che le unioni sessuali saranno generalmente libere, mentre le unioni che sono finalizzate alla procreazione devono essere controllate dai governanti, in modo tale da assicurare che gli uomini migliori si accoppino soltanto con le donne migliori e quelli peggiori, se è proprio indispensabile che abbiano dei figli, con le donne peggiori. Tale intento però, secondo Platone, non potrà essere apertamente dichiarato dai governanti e, anzi, questi ultimi dovranno adoperare ogni sorta d’inganni e di stratagemmi nei confronti dei cittadini. Un esempio in tal senso lo propone lo stesso Platone: i governanti potrebbero ricorrere a un sorteggio truccato, durante le feste organizzate dallo Stato, per stabilire le unioni, in modo da garantire la purezza della razza dei custodi, senza però che si possa dubitare che l’intero processo sia del tutto casuale e determinato dalla sorte. La “terza ondata” che occupa all’interno del dialogo il ruolo centrale, riguarda la necessità che lo Stato sia amministrato dai filosofi.
Platone delinea così il progetto di uno Stato che deve esercitare un notevole controllo su tutti i cittadini: dalla selezione degli accoppiamenti finalizzati alla procreazione, alla necessità che i filosofi, gli unici a conoscere il bene, guidino i cittadini a realizzarlo, regolando in modo stringente tutti gli aspetti politici e sociali della vita della città. E’ proprio per questi motivi che lo Stato dovrà occuparsi anche dell’educazione dei bambini, dopo che avrà individuato a quale classe sociale assegnare ciascuno sulla base della natura della sua anima: i bambini in cui prevale l’anima razionale saranno destinati a diventare dei filosofi, anche se sono nati nella classe dei produttori o dei guerrieri, lo stesso procedimento verrà seguito per le altre classi. Successivamente i filosofi governanti dovranno provvedere all’educazione di ciascun bambino che sarà diversa secondo la classe a cui è stato associato. Platone dichiara che il controllo delle unioni garantirà la nascita di figli perfetti dai genitori migliori. I filosofi dovranno anche regolare tutti i processi economici dello Stato, amministrare la giustizia e emanare le leggi: nessun aspetto della vita politica secondo Platone dev’essere trascurato, ma tutto sarà stabilito dai filosofi per il bene comune. Platone sottolinea come scopo principale dello Stato sia la realizzazione della virtù e da ciò ne consegue che esso ha il dovere di interessarsi anche della moralità dei propri cittadini, guidandoli e dirigendoli verso il bene comune. Sarà appunto la presenza schiacciante e pervasiva dello Stato, con il progetto di educare e plasmare le coscienze dei singoli cittadini, che permetterà di definire lo Stato platonico come “Stato etico” o anche come “Stato totalitario” da parte dei critici recenti.

L’educazione dei filosofi.

Da quanto emerso finora è comprensibile il ruolo chiave svolto dall’educazione dei futuri filosofi e la necessità di un livello di preparazione adeguata ai delicati compiti che saranno chiamati a svolgere. A motivo dell’importanza dell’argomento, tutta la parte centrale della Repubblica è dedicata all’analisi dell’argomento. Platone sostiene che se è vero che sono necessarie predisposizioni naturali per poter diventare guerrieri o governanti, è però altrettanto vero che tali predisposizioni siano accompagnate da un processo di formazione che sia in grado di valorizzarle, mentre i produttori non necessiterebbero di alcuna formazione, se non di quella ricevuta all’interno della famiglia. La prima parte del percorso formativo è comune sia per i futuri filosofi, che per i guerrieri, mentre la seconda parte prosegue poi soltanto per i filosofi sino a quando raggiungono i cinquant’anni di età, dopo di che i filosofi possono assumere effettivamente delle cariche politiche.
Il modello educativo presentato da Platone assume come formazione di base la “paidéia” greca. Il termine paidéia significa letteralmente educazione, intesa sia nel senso di trasmissione di conoscenze, sia in termini di formazione della personalità, con lo scopo di formare un modello di uomo che esprime i valori che caratterizzano una data società.
I momenti iniziali di questo percorso formativo, comuni ai filosofi e ai guerrieri, comprendono discipline quali la ginnastica e la musica che devono contribuire a strutturare rispettivamente la formazione del corpo  e dell’anima dei futuri custodi. All’età di sette anni a queste discipline si aggiunge la matematica che sarà presente durante tutto il percorso formativo: inizialmente soltanto come calcoli e misurazioni applicate alla vita pratica, poi in seguito come studi più articolati e specialistici. La ginnastica oltre che essere finalizzata alla preparazione militare, favorisce la formazione del carattere, educando i giovani al coraggio, alla sopportazione della fatica e all’impegno. Lo studio della musica comprende anche la poesia che, anche se verrà condannata da Platone per quanto riguarda le sue pretese conoscitive, può essere utilizzata nella prima fase del processo formativo a condizione che venga privata delle passioni violente e della descrizione di comportamenti che siano riprovevoli: poiché i testi scolastici più utilizzati nell’antichità erano quelli omerici, Platone indica le revisioni necessarie affinché tali testi non abbiano influenze diseducative. Dai diciotto ai vent’anni Platone prevede per i custodi un periodo di servizio militare, al termine del quale é prevista la selezione dei giovani più promettenti, con la seguente differenziazione dei percorsi di studio tra chi sarà destinato a divenire un guerriero e chi, invece, diventerà un filosofo, cioè un governante. Mentre per i futuri guerrieri si tratterà di una formazione finalizzata al conseguimento di una retta opinione, per i governanti futuri invece inizia lo studio della scienza, articolata in dieci anni di studio dell’aritmetica, della geometria, dell’acustica e dell’astronomia. Queste scienze appartengono tutte alla tradizione pitagorica e sono tutte accomunate dal fatto di basarsi sui numeri: la stessa acustica, infatti, tratta dei rapporti matematici tra i suoni.
All’età di trent’anni si ha una nuova selezione e gli uomini migliori intraprendono gli studi filosofici, approfondendo lo studio della dialettica per la durata di cinque anni. Successivamente i filosofi vengono preparati alla gestione dello Stato mediante un tirocinio politico di quindici anni, durante i quali affiancano i magistrati cittadini nella gestione degli incarichi politici. Platone afferma che soltanto al termine di questo lungo periodo di apprendistato, essi potranno assumere cariche pubbliche e svolgere funzioni di governo in modo autonomo.

L’arte e la condanna platonica dell’arte mimetica.

All’interno del pensiero filosofico di Platone, l’arte occupa un ruolo assolutamente marginale e negativo. I motivi che spingono Platone a condannare l’arte sono molteplici: da un lato essa é strettamente legata al mondo sensibile e alla realtà della natura, quindi per Platone a una realtà ingannevole e illusoria, e non al mondo delle idee; dall’altro esprime di preferenza emozioni e sentimenti, ponendosi come un ostacolo nei confronti della ragione e della conoscenza intellettiva.
Ciò porta Platone a considerare l’arte come fortemente negativa sia per l’oggetto di cui si occupa, sia per le conseguenze che, secondo Platone, esercita sull’uomo che ne fruisce. Per questo motivo Platone nella Repubblica, parlando a proposito del percorso formativo dei futuri filosofi, assegna all’arte un ruolo marginale, salvando da tale condanna i poemi omerici, una volta privati di tutti quegli aspetti che incitano l’uomo a seguire le passioni e a non rispettare i doveri religiosi.
Platone si occupa di analizzare l’arte nel libro X della Repubblica, dove condanna sopratutto l’arte imitativa (pittura, scultura e poesia) in quanto si limita a copiare la natura che é, a sua volta, una copia del mondo delle idee. Platone definisce così l’arte come “imitazione d’imitazione” o “copia di copia” e dimostra le sue convinzioni con una serie articolata di argomenti. Si è già parlato delle motivazioni conoscitive, Platone considera la conoscenza sensoriale ingannevole e priva di ogni verosimiglianza, e di quelle morali, sentimenti e passioni che allontanano dalla contemplazione delle idee e rendono l’uomo schiavo dei propri piaceri e passioni, più simile agli animali che alla dignità dell’uomo razionale. Il filosofo utilizza il termine “arte” secondo il suo significato più ampio di (téchne o tecnica), cioè di sapere applicato e immediatamente spendibile, che può essere appreso e insegnato e distingue tre diverse forme di arte: l’arte di servirsi di qualcosa, quella di costruirla e quella di riprodurla. Platone stesso ne fa un esempio concreto con il morso e le briglie del cavallo: il più esperto nel giudicare se una briglia è fatta bene è chi la usa, come un cavallerizzo o un maestro di equitazione, in quanto sono gli unici in grado di valutare se l’oggetto è utile e adeguato all’uso che se ne deve fare; c’è poi il produttore o costruttore delle briglie, che le costruisce secondo le indicazioni di chi le utilizza; infine abbiamo il pittore che raffigura le briglie nel proprio quadro, ma che non ha alcuna competenza dell’oggetto che è stato riprodotto e la cui arte, per Platone, risulta essere lontana di tre gradi dalla verità. Ma la condanna che Platone fa dell’arte è inerente anche al tipo di conoscenza, sensoriale, che presenta. Se infatti la pittura non corregge gli inganni dei sensi, a volte però amplifica tali inganni e li usa intenzionalmente come avviene nella pittura di illusione; invece le operazioni mentali di calcolare, misurare e pensare permettono per Platone di superare questi inganni e di cogliere la vera realtà delle idee. All’interno del dualismo delineato da Platone di anima e corpo, ragione e sensazione, l’arte costituisce l’elemento negativo, in quanto legata in modo esplicito al corpo e alla sensazione. Le stesse considerazioni valgono per la poesia imitativa. Platone sostiene che esiste un ulteriore motivo che motiva la condanna nei confronti della poesia: essa è strettamente legata al dualismo morale tra ragione e passioni, dove le passioni sono più forti della ragione. Nella poesia di Omero l’uomo tende infatti a identificarsi con le passioni dell’eroe, mentre quando vive realmente queste passioni nella vita quotidiana e riesce a sottometterle alla ragione, egli è orgoglioso di sé stesso perché le passioni non hanno preso il sopravvento sul suo animo. Platone quindi afferma che la poesia esalta e rafforza le parti meno nobili del nostro animo, indebolendo di conseguenza la ragione. La condanna della poesia da parte di Platone non é però totale: tra tutte le idee, infatti, soltanto l’idea di bellezza può manifestarsi anche in forma sensibile, unendo tra loro il mondo sensibile e quello intelligibile. La bellezza, per Platone, manifestandosi ai nostri sensi, ci spinge a mettere le ali all’anima e poterci così sollevarci dal mondo sensibile a quello delle idee. Secondo il filosofo la “divina mania” che consente questo passaggio è di quattro diversi tipi di cui uno è proprio la poesia, non quella imitativa o quella rivolta alle passioni, ma è quella ispirata dalle Muse a essere in grado di spingere l’anima verso il mondo delle idee, oltre la sfera dell’individualità e del sensibile, per aiutare l’uomo a intuire l’idea di bellezza in sé, partendo dalla bellezza delle cose.

Le degenerazioni dello Stato.

Platone, dopo aver descritto le caratteristiche organizzative dello Stato perfetto, analizza le diverse forme di governo esistenti che considera come il progressivo decadimento dello Stato ideale. La prima forma negativa di governo è la timocrazia, che rappresenta la degenerazione dell’aristocrazia, in cui non governano gli uomini migliori, ma soltanto i più ambiziosi che agiscono non per il bene dello Stato, ma per ottenere gloria e onori personali. La timocrazia, però, non costituisce la forma di governo più negativa perché essa può ulteriormente degenerare in oligarchia, dove all’ambizione si aggiunge l’accumulo di ricchezze, fino a rendere la condizione economica, o censo, una condizione per poter esercitare il governo: l’oligarchia è appunto il governo dei ricchi sui poveri. Ma anche l’oligarchia per Platone può facilmente degenerare nella democrazia, che rappresenta il governo di tutti, cioè quando i poveri, resi intemperanti da un governo ingiusto, desiderano anch’essi la ricchezza e si sollevano contro la classe dominante con l’intento di espropriarla dei propri beni. La democrazia rappresenta per Platone una vera e propria anarchia, in cui tutti governano, ma che in realtà non è governata da nessuno, visto che ogni individuo è libero di seguire le proprie inclinazioni egoistiche senza alcun riguardo per il bene pubblico. Questo eccesso di libertà, accompagnato da una totale impreparazione nel gestire l’interesse collettivo, porta a un indebolimento progressivo del carattere dei cittadini che finisce per favorire i violenti, capaci di imporre la  propria volontà al popolo. Platone sostiene che, da tale situazione, può scaturire una sola conseguenza: questi uomini violenti finiranno con l’appoggiare qualcuno capace di guidarli e di assumere il comando della città. Platone afferma che si avrà così la forma più bassa e degenerata di governo, cioè la tirannia. Se quindi lo Stato perfetto realizza la virtù, le sue varie degenerazioni derivano da dei vizi: come lo Stato perfetto forma dei cittadini virtuosi, così le degenerazioni rendono viziosi anche i cittadini. Il rapporto tra Stato e cittadini è in realtà di tipo circolare: se infatti l’organizzazione politica esprime i costumi sociali e, allo stesso tempo, li forma e li rende più forti, allora la progressiva degenerazione dello Stato, dalla timocrazia alla tirannia, è anche la causa del progressivo allontanarsi dalla virtù da parte dei cittadini: alla timocrazia corrisponde il carattere ambizioso, all’oligarchia quello avaro e egoista, alla democrazia corrisponde l’individuo dissoluto e dedito a ogni forma di piacere, mentre alla tirannia corrisponde il livello più basso della degradazione dell’uomo, cioè l’emergere dei desideri bestiali, contrari alle leggi e alla divinità, degli istinti violenti e animaleschi che tutti gli uomini possiedono, ma che solitamente sono controllati dalla ragione e dalla società.

La lettera VII.

All’interno dell’abbondante produzione platonica troviamo anche tredici lettere che, nell’antichità, sono state riconosciute come autentiche e citate da vari autori latini come Cicerone e Plutarco.
Soltanto a partire dal sec. XVIII, i critici hanno inizialmente messo in dubbio l’autenticità di alcune delle lettere, fino a considerarle tutte non completamente autentiche, a eccezione appunto della VII. Recentemente però gli studiosi sono giunti alla conclusione che se le lettere VII, VIII e III sono sicuramente autentiche, delle lettere IV, IX e X non si possiede alcuna certezza della loro veridicità.
L’importanza di tali lettere è rappresentata dal fatto che esse testimonierebbero l’influenza di Platone sulla politica dell’epoca. Le lettere risultano essere indirizzate a Dionigi II, a Dione e ai suoi seguaci, ad Archita di Taranto, al re dei macedoni Perdicca e ad altri personaggi minori.
Mentre molte lettere sono brevi, una o due pagine o anche più corte, la lettera VII risulta essere la più lunga, circa venti pagine, e sicuramente la più importante.
Questa lettera è indirizzata ai familiari e agli amici di Dione che, dopo la morte del loro familiare, chiedono a Platone consigli su come proseguire la loro lotta contro il tiranno Dionigi II. Platone ripercorre la storia dei suoi viaggi a Siracusa, facendo anche riferimento alle sue esperienze giovanili, al suo rapporto con il governo dei Trenta Tiranni e alla restaurazione della democrazia, raccontando la sua autobiografia a cui unisce le vicende storiche da lui vissute, con particolare attenzione alle vicende di Siracusa. La lettera si apre con il ricordo del suo primo viaggio a Siracusa, dal quale Platone prende spunto per ripercorrere l’origine delle sue idee politiche.
Platone racconta delle esperienze politiche della sua giovinezza, nell’Atene dei Trenta Tiranni, che sarà rovesciato da un governo democratico, tanto peggiore di quello a esso precedente, da condannare Socrate, un uomo giusto e innocente, alla pena di morte. Quest’esperienza convince il giovane Platone circa la necessità urgente di riformare profondamente la politica e che lo Stato deve essere governato direttamente dai filosofi, oppure i governanti devono diventare essi stessi dei filosofi. Con questo progetto in mente, Platone giunge nella Siracusa del tiranno Dionigi I e cerca di convincere il tiranno a realizzarlo, aiutato dall’allora giovane Dione, entusiasmato dalla filosofia platonica. Platone stesso racconta dell’avventurosa conclusione del suo primo viaggio, in cui Platone stesso rischia di essere venduto come schiavo, e parla del suo secondo viaggio che intraprende su invito di Dione, che considerava il tiranno Dionigi II più aperto all’interesse filosofico rispetto al padre. Il secondo viaggio si conclude con la cacciata di Dione dalla città e con l’esilio che gli viene imposto da Dionigi. Platone racconta dei propri tentativi infruttuosi di convincere il tiranno a modificare le proprie decisioni. Egli racconta poi il ritorno ad Atene e il terzo viaggio, che Platone intraprende su esplicito invito dello stesso Dionigi, che si era detto desideroso di apprendere la filosofia di Platone e che sarà l’ultimo intrapreso dal filosofo.
Anche quest’esperienza si concluderà per Platone in un fallimento a causa della presunzione del tiranno che, dopo pochi colloqui, si riterrà talmente esperto della filosofia di Platone, da voler scrivere un trattato in cui esporre la teoria platonica. Platone, per tutta risposta, lo sconfessa, facendo riferimento alle sue dottrine non scritte e sostenendo che lui non avrebbe mai scritto nulla sui principi fondamentali, come invece aveva fatto Dionigi, perché tali principi possono essere comunicati soltanto oralmente, mediante il rapporto diretto e personale. Per giustificare queste conclusioni, Platone espone in tale occasione una teoria sui gradi del processo conoscitivo che va dal nome, alla definizione, all’immagine e alla conoscenza. Spiegando tali diversi livelli di conoscenza, Platone fa l’esempio del cerchio: il cerchio viene individuato prima attraverso il nome, che deve però essere chiarito tramite la definizione (ciò che ha gli estremi equidistanti da un punto chiamato centro) e che può essere rappresentato mediante immagini ed oggetti che, però, non riguardano il cerchio in sé, in quanto il cerchio rimane integro anche se noi cancelliamo l’immagine di esso disegnato su di un foglio o se distruggiamo l’oggetto di forma circolare che abbiamo costruito. La conoscenza per Platone è data dall’intuizione del cerchio in sé, che è cosa diversa sia dalla sua definizione, che dalla sua rappresentazione. Platone sostiene che mentre i primi gradi della conoscenza possono essere descritti, l’ultimo, cioè l’intuizione, non può essere affidato al linguaggio e tanto meno alle parole scritte, in quanto immobili e prive di flessibilità. La lettera si conclude con il racconto del ritorno in Grecia di Platone e del suo incontro con Dione, che era nel frattempo entrato nell’Accademia platonica quale allievo, al quale Platone rinnova la propria amicizia, rifiutando però di essere ancora coinvolto in prima persona nella lotta di Dione per rovesciare il regime del tiranno Dionigi.

Platone 4 - Il Mito della caverna.

  Classi 3° A/B/C Linguistico 

 Il mito della caverna.

La teoria della conoscenza di Platone ha i propri presupposti nell’immortalità dell’anima e nell’innatismo delle idee da un lato, dall’altro nel dualismo tra mondo visibile e mondo delle idee.
Tale teoria viene esposta in modo organico nella Repubblica, l’opera platonica più importante, con il mito della caverna e viene ulteriormente spiegata mediante la metafora della linea.
Platone, infatti, distingue due diverse tipologie di conoscenza:
la conoscenza che risulta essere espressione del mondo visibile delle cose, che Platone chiama dòxa o opinione, distinta a sua volta in due diverse forme che sono l’eikasìa e la pìstis, entrambe legate all’opinione sensibile e individuale, cioè alla conoscenza di ciò che appare o fenomeno;
la conoscenza del mondo intelligibile, o delle idee, che è espressione della scienza, cioè della conoscenza di ciò che è, legata alla ragione e all’intelletto, cioè alle essenze. Anch’essa si distingue in due tipologie: la dìanoia e la noèsis che, insieme, rappresentano la conoscenza scientifica o epistéme.
Platone analizza le varie tipologie di conoscenza, presentate già nella metafora della linea, all’interno del mito della caverna. Il mito racconta che, dentro una caverna, vivono degli uomini che sono stati tenuti prigionieri fin dalla nascita e legati con catene in modo da non poter muovere nemmeno la testa. I prigionieri, dalla parete a cui sono incatenati, possono vedere soltanto la parete di fondo della caverna, dove si proiettano le ombre delle statuette d’argilla portate dai servi. I prigionieri, quindi, non vedono i servitori o le statuette, ma soltanto le loro ombre che si proiettano nel muro. Ciò è possibile perché i servitori passano davanti all’entrata della caverna lungo un muretto che, essendo alto quanto loro, li nasconde alla vista dei prigionieri, mentre un fuoco acceso, dietro il muretto, proietta sulla parete le ombre degli oggetti che i prigionieri possono vedere.
Gli schiavi, portando le statuette, parlano tra loro e i prigionieri associano le voci che sentono alle ombre percepite, considerandole come la vera realtà. Questa prima parte del mito rappresenta per Platone il mondo visibile, che gli uomini percepiscono con i propri sensi e che, grazie all’abitudine, diventa per loro il mondo reale: i prigionieri non si accorgono di percepire soltanto delle ombre perché non hanno mai visto altro durante la loro vita, essi credono in quello che vedono senza porsi alcun dubbio o problema. Platone prosegue dicendo di immaginare che uno dei prigionieri riesca a liberarsi dalla prigionia della caverna: egli, abbandonando la caverna per la prima volta, si accorgerà che le ombre proiettate sul muro non costituiscono la vera realtà, ma sono soltanto la proiezione delle statuette che considererà ora la vera realtà. Anche in questo caso il prigioniero liberato si sbaglia perché le statuette non sono la vera realtà, ma rappresentano soltanto le copie degli esseri reali (oggetti, animali, piante e persone). Tuttavia Platone dice che il prigioniero non é però consapevole del proprio errore in quanto non ha esperienze precedenti con cui confrontare questa nuova esperienza. Platone ipotizza poi che, se il prigioniero uscisse dalla caverna, affrontando una salita aspra e impervia, e potesse vedere il mondo esterno, inizialmente egli sarebbe abbagliato dalla luce, a causa dei suoi occhi abituati solo all’oscurità e non sarebbe in grado di vedere i veri esseri.
Non potendo guardare direttamente le cose, si accontenterebbe di contemplare la loro immagine riflessa sull’acqua. Una volta abituatosi alla luce, l’ex prigioniero potrà vedere le cose in sé e, una volta sicuro di tale conoscenza, potrà infine guardare lo stesso sole e rendersi conto che tutto ciò che lo circonda è reso visibile dalla sua luce. Il mito rappresenta il dualismo esistente tra il mondo visibile, dei sensi e dell’esperienza, e il mondo intelligibile, quello delle idee. I due mondi sono completamente separati e per passare dal mondo sensibile a quello intelligibile, l’uomo deve superare le sue false certezze, presenti fin dalla nascita, e la forza dell’abitudine, rappresentate per Platone dalla salita difficile e dura che rappresentano la necessità di uno sforzo personale e della purificazione che è necessaria per accostarsi alla contemplazione delle idee. Platone sottolinea come il mondo reale inizialmente crea nell’uomo disagio, gli  richiede un adattamento, ma una volta che l’ex prigioniero giunge a contemplare la vera realtà, raggiunge la propria felicità e non vorrebbe mai smettere tale contemplazione.

La spiegazione del mito.

La teoria della conoscenza, illustrata nel mito della caverna, viene spiegata da Platone con la metafora della linea. Il filosofo ci invita a dividere una linea immaginaria in due segmenti diseguali: essi rappresentano la netta separazione tra il mondo della dòxa, che è il segmento più breve, e che corrisponde all’opinione e alla conoscenza sensoriale, raffigurata nel mito dalla caverna, e quello della epistéme, la scienza e la conoscenza intellettuale, raffigurata nel mito dal mondo reale.
Ognuno di questi due segmenti per Platone si suddivide a sua volta in due parti:
la dòxa o opinione è distinta in eikasìa, che rappresenta l’immaginazione e la congettura e che nel mito è rappresentata dalle ombre delle statuette, e la pistis, cioè la credenza, simboleggiata nel mito dalle statuette che sono copie delle cose vere.
l’epistéme, o conoscenza scientifica, che è distinta in diànoia, cioè il ragionamento o conoscenza dianoetica, che è rappresentata nel mito dalle immagini delle cose riflesse nell’acqua e consiste nella conoscenza deduttiva o matematica che, partendo da premesse e principi già dati, dimostra le verità che da essi ne possono derivare; il secondo livello di conoscenza scientifica è dato dalla noèsis, cioè l’intelligenza o conoscenza noetica (da noùs che vuol dire intelletto), la conoscenza intellettiva che è data dalla visione delle idee, che sono rappresentate nel mito dagli oggetti reali, e che permette di cogliere direttamente i principi dai quali deriva tutta la conoscenza.
Sia la diánoia, che la nóesis costituiscono la vera conoscenza, ma sono tra loro diverse, in quanto la prima rappresenta la scienza deduttiva, mentre la seconda rappresenta la stessa filosofia.
Per Platone la scienza deduttiva coincide quasi completamente con la matematica e ha il compito di spiegare all'uomo come é fatto il mondo e con quali principi funziona, ma non é in grado di rilevare che senso o significato il mondo abbia: ad esempio la scienza ci descrive il comportamento di un dato individuo od oggetto, ma non ci può dire né perché esiste in natura in un dato modo, né tanto meno da cosa ha avuto origine e quale sarà il suo destino. Platone propone una spiegazione teleologica o finalistica (da télos che significa scopo e logos che significa ragionamento o discorso), assegnando al sole, che simboleggia l'idea di bene, il compito di stabilire il senso ultimo di tutta la realtà, di conferirle cioè un significato. Il mito della caverna é ricco di una serie di allegorie e contiene non soltanto la distinzione tra conoscenze, presenti nella metafora della linea, ma anche tutta una serie di significati che inducono a una riflessione più approfondita. Le catene dei prigionieri stanno a rappresentare le abitudini che legano l'uomo alla conoscenza sensibile, spingendolo a credere che l'esperienza e la sensazione siano per lui l'unica forma di conoscenza possibile. L'immediatezza delle nostre esperienze ci impedisce di dubitare delle nostre false convinzioni e di cercare strade di conoscenza della realtà che siano alternative alla nostra esperienza. Tutto ciò convince Platone della necessità che ci sia qualcuno in grado di liberare gli uomini da queste false credenze, liberandoli appunto dalle loro catene: Platone non specifica come e da chi il prigioniero sia stato liberato, ma sottolinea, invece, come tale liberazione dia l'avvio a un importante processo di ricerca che si configura anche come purificazione. Il prigioniero liberato, infatti, non é in grado fin da subito di distinguere la realtà di ciò che lo circonda perché i suoi occhi, abituati da sempre all'oscurità, sono accecati dalla troppa luce: soltanto guardando il mondo reale con occhi diversi, quelli dell'intelletto e non dei sensi, potrà accostarsi alla conoscenza del mondo reale. Soltanto dopo tale cambiamento o conversione, l'uomo potrà ricercare la vera conoscenza, quella delle idee. Così come nel mito é il sole a rendere tutto più chiaro agli occhi del prigioniero, anche l'idea del bene, di cui il sole é metafora, apre all'umanità non soltanto la possibilità ontologica di conoscere il vero essere delle cose, per cui essere e conoscenza si fondono tra loro, ma anche la comprensione dei fini, costituisce cioè il fondamento della morale: Platone indica nel mito che il vero essere, costituito dalle idee, é non soltanto l'unica forma di conoscenza perfetta a cui l'uomo deve aspirare, ma anche il fondamento di ogni suo agire morale. La conoscenza, quindi, per Platone, come già era stato per il suo maestro Socrate, ha una forte connotazione morale in quanto conoscere veramente l'essere, significa anche conoscere il senso delle cose e capire che ogni cosa partecipa della bontà dell'essere. Se il bene é per Platone l'obiettivo della conoscenza e la virtù é parimenti quello dell'agire morale, allora solo colui che conosce il bene, cioè il filosofo, può rivendicare a sé la missione di risvegliare gli altri uomini ancora prigionieri dell'illusione e dei propri sensi: sarà compito del filosofo infatti liberare i prigionieri e condurli fuori dalla caverna, per condividere con essi la vera conoscenza e, quindi, il bene e la virtù.
Platone descrive quindi la felicità del prigioniero liberato che, provando compassione per i suoi compagni di schiavitù, ritorna dentro la caverna per raccontare la sua esperienza e liberarli, ma i suoi occhi, ormai abituati alla luce, non distinguono più le ombre e ciò é motivo di derisione da parte degli altri prigionieri che, non credendo ai suoi racconti sul mondo esterno, rifiutano di essere liberati e minacciano addirittura di ucciderlo se il prigioniero insistesse nel liberarli.
Il mito é metafora anche delle vicissitudini di Socrate: anche Socrate viene condannato dagli ateniesi per aver insistito con essi sull’importanza della ricerca della virtù e sulla preminenza di tale ricerca sulla ricerca delle ricchezze e della fama politica. In tal modo Platone pone le drammatiche vicende del filosofo Socrate quale metafora del filosofo che, nell’intento di liberare gli altri uomini dalle false conoscenze e dalle illusioni, viene ucciso per non essere ascoltato pur essendo innocente.
Il mito della caverna viene da Platone inserito nella Repubblica, il dialogo che esprime il progetto platonico di una società giusta che guidi tutti i cittadini verso la virtù mediante una articolata e profonda opera educativa. La missione del filosofo, secondo Platone, non può essere quindi affidata a profeti improvvisati, ma deve tradursi in un ordinamento politico complessivo, in uno Stato guidato dai filosofi stessi, in grado di formare secondo il bene la coscienza dei singoli uomini.
Solo i filosofi, in quanto conoscitori del vero bene, sono in grado di guidare gli altri uomini alla virtù e alla felicità.

Platone 3 - Rapporto tra anima e corpo, tra ragione e passioni.

 Classi 3° A/B/C Linguistico 


Rapporto tra anima e corpo, tra ragione e passioni.

Platone ha quindi decisamente affermato che le idee precedono ogni nostra esperienza e la rendono significativa, quindi le idee non possono derivare dall'esperienza stessa.
Si pone allora il problema circa la loro origine e Platone offre la risposta che le idee esistono in noi fin dalla nascita, anche se noi non ne siamo assolutamente consapevoli e il filosofo sostiene che l'uomo deve apprenderle tramite l'esperienza o l'insegnamento da parte di altri uomini. In realtà, secondo Platone, noi non impariamo nulla nel corso della nostra esistenza, ma ci limitiamo a ricordare ciò di cui siamo già a conoscenza. Tale processo che Platone chiama reminiscenza o anamnesi, ci aiuta a divenire consapevoli delle idee che sono già in precedenza presenti in noi. Il termine anamnesi deriva dal greco “anámnesis” e significa appunto ricordo, reminiscenza, e indica la concezione per cui la conoscenza consiste nel ricordo di ciò che é già in noi, anche se non ne siamo consapevoli. Nel pensiero di Platone tale concezione si completa e si spiega con la metempsicosi: l'anima, infatti, conosce le idee durante gli intervalli tra una reincarnazione e l'altra, dimenticando però tali conoscenze quando si unisce a un nuovo corpo materiale.
Il termine anamnesi indica quindi il processo mediante il quale, sotto lo stimolo di sensazioni o attraverso un processo di ricerca, prendiamo coscienza delle idee innate, mentre il termine reminiscenza deriva dal termine latino reminisci che significa ricordare. É per questo motivo che Platone riprende la teoria della reincarnazione, precedentemente affermata da Pitagora, per spiegare come, dopo la morte, l'anima si separa dal corpo e vive in modo indipendente da esso per un certo periodo di tempo, prima di tornare a reincarnarsi poi in un altro corpo. In questo intervallo tra le due successive reincarnazioni, Platone afferma che l'anima contempla e conosce le idee nel mondo iperuranio ma che, una volta reincarnatasi all'interno di un altro corpo, le dimentica e può recuperare il loro ricordo tramite l'esperienza, l'unica a essere in grado di risvegliare la nostra conoscenza addormentata, ma presente.
Nel dialogo Menone, Platone descrive un famoso episodio per spiegare come possa avvenire tale processo: Socrate propone a uno schiavo, completamente privo di conoscenze matematiche, di risolvere un quesito geometrico, consistente nel disegnare un quadrato di superficie doppia rispetto a un primo quadrato dato. Socrate chiede allo schiavo Menone di calcolare il lato di questo secondo quadrato e lo schiavo risponde che il lato dovrà essere il doppio rispetto al lato del quadrato più piccolo. Ma Socrate, disegnando il quadrato corrispondente al lato indicato da Menone, gli fa notare come allora il quadrato avrebbe una superficie quadrupla e non doppia. Sotto la guida delle domande di Socrate, lo schiavo giunge alla fine a scoprire che il quadrato cercato dovrà avere come lato la diagonale del primo quadrato più piccolo, dimostrando di possedere così una serie di nozioni geometriche di cui non era consapevole, il cui ricordo è stato risvegliato dalle domande di Socrate. Platone afferma che non tutti gli uomini hanno le stesse conoscenze sopite, cioè che non tutti abbiamo le stesse potenzialità nel poter conoscere: infatti ogni uomo è in grado di ricordare, se opportunamente aiutato, solo le idee che egli ha potuto contemplare nel mondo iperuranio, ma non potrebbe in alcun modo conoscere ciò che l’anima non abbia contemplato quando era separata dal corpo.

La tripartizione dell’anima: conoscenza e purificazione.

Platone spiega la tesi della reminiscenza con uno dei suoi miti più celebri, quello della biga alata, contenuta nel Fedro. All’interno di questo mito Platone paragona l’anima a un carro alato, guidato da un auriga o conducente, che rappresenta la parte razionale dell’anima, e trainato da due cavalli di cui uno bianco, che rappresenta le passioni disinteressate (anima irascibile), e uno nero, che rappresenta le passioni più basse, legate al soddisfacimento dei piaceri fisici (anima concupiscibile).
Dopo la separazione dal corpo, la biga alata, cioè l’anima, sale verso il cielo, oltre il quale si trova il mondo delle idee o iperuranio. I due cavalli, in particolare quello nero, vorrebbero però scendere verso la terra, per incarnarsi in un corpo e soddisfare le proprie passioni (le passioni hanno infatti bisogno del corpo, a differenza della ragione). L’auriga cerca di tenere a freno i due cavalli e di guidare il carro verso il mondo delle idee, per poterle poi contemplare. Platone afferma che se l’auriga sarà più forte del cavallo nero, allora riuscirà a tenerlo a bada più a lungo, mentre in caso contrario il cavallo nero avrà il sopravvento e riporterà il carro verso la terra o mondo della realtà sensibile.
Platone sostiene quindi che quanto più nella nostra vita saremo capaci di rinforzare la nostra razionalità e a liberarci dal dominio delle passioni, tanto più a lungo saremo in grado di contemplare le idee e, una volta reincarnati, di ricordarne il maggior numero. La conoscenza, quindi, per Platone é strettamente legata al concetto di catarsi o purificazione, cioè all’ambito morale: per conoscere le idee è necessario liberarci dalle passioni e da tutto ciò che lega il corpo al mondo reale.
La visione platonica dell’uomo è quindi caratterizzata da un deciso dualismo: anima e corpo sono per il filosofo due entità distinte, anzi contrapposte. Lo stesso dualismo riguarda anche la stessa anima che, da una parte risulta essere legata al corpo, mediante le passioni che la influenzano anche dopo che essa si stacca da esso; dall’altro risulta anche essere legata alle idee e al divino tramite la ragione. Se le passioni sono legate e sono espressione della sensazione individuale e soggettiva, quindi particolare, la ragione risulta essere invece universale.
Secondo Platone il piacere o il dolore, frutto di sensazioni, sono soggettive e non valide universalmente, la razionalità è universalmente dimostrabile e identica per tutti gli uomini.
Il legame che Platone stabilisce tra morale e conoscenza assume un significato preciso: le passioni riguardano la sfera individuale, mentre la conoscenza scientifica ha come oggetto d’indagine l’universale, ne consegue che liberarsi dalle passioni significa liberarsi dalla particolarità individuale; per lo stesso motivo Platone sottolinea come l’uomo deve liberarsi anche delle sensazioni, in quanto anch’esse sono legate al corpo e alla particolarità, a differenza della ragione che è universale. Il corpo rappresenta quindi, in ambito conoscitivo o gnoseologico le sensazioni, in ambito morale le passioni, il particolare e individuale, mentre la ragione e le idee rappresentano la dimensione dell’universalità.

Le prove dell’immortalità dell’anima.

Nella filosofia di Platone il problema dell’immortalità dell’anima occupa un posto centrale, vista la stretta connessione tra conoscenza e morale. Per questo motivo Platone dedica un intero dialogo, intitolato Fedone, a elaborare una serie di prove a sostegno di tale postulato fondamentale, senza il quale l’intero edificio della filosofia platonica crollerebbe.
La prima prova dell’immortalità dell’anima è rappresentata dalla stessa reminiscenza: se, infatti, l’uomo possiede delle idee non conosciute durante la propria esistenza, tali idee devono necessariamente essere conosciute in una vita precedente. Quest’argomento tuttavia non dimostra che l’anima è immortale o che vivrà in futuro, ma soltanto che essa è vissuta in precedenza.
La seconda prova, considerata da Platone, è data dal fatto che l’anima è invisibile e conosce le idee, mentre il corpo è materiale e conosce le singole cose tramite i sensi; l’anima risulta essere quindi simile alle idee e semplice come le idee stesse, in quanto non risulta essere composta da parti, a differenza dalla materia: essendo semplice l’anima non può disgregarsi e quindi non può morire.
La terza prova è data dal fatto che l’anima è considerata da Platone quale fonte di vita, in quanto dà la vita al corpo che la ospita, quindi non può accogliere il suo contrario, cioè la morte.

Il destino dell’anima.

Platone riprende più volte, e in diversi dialoghi, il tema del destino delle anime dopo la morte. La descrizione più conosciuta è contenuta nel libro X della Repubblica, in cui Platone racconta il mito di Er, mentre altri miti, che spiegano il destino dell’anima, sono contenuti nella parte conclusiva del Gorgia e del Fedone. Nel mito di Er, oltre alla spiegazione della metempsicosi, ripresa dalla filosofia pitagorica, Platone offre una nuova prospettiva per risolvere questo problema. Il mito narra di un soldato, chiamato Er, che rimane come morto per tre giorni, durante i quali compie un viaggio nell’aldilà, che al suo risveglio racconta. Er, al suo risveglio, racconta di aver visto le anime raccolte in una grande vallata, con due grandi aperture nel suolo e due nel cielo. Le anime che dovevano purificarsi delle colpe commesse durante la vita, entravano in una delle due aperture in basso e uscivano dall’altra apertura in basso, dopo aver affrontato un lungo viaggio in cui espiavano le proprie colpe; le anime dei giusti, invece, salivano verso il cielo per ricevere il premio alla loro virtù. Alla fine tutte le anime si ritrovano nella valle, dove ognuna di esse sceglie il proprio destino per l’esistenza successiva e torna poi a reincarnarsi. Platone sostiene però che non tutte le anime tornano nella valle: ci sono alcune anime che, avendo raggiunto un livello di purificazione perfetto, non hanno più alcun bisogno di reincarnarsi in altri corpi per espiare le proprie colpe e rimangono stabilmente in cielo; altre sono così corrotte che non risultano degne di incarnarsi nemmeno in altri corpi più spregevoli e restano per sempre negli inferi (Platone dice che questo è il destino soprattutto dei tiranni). Così Platone, oltre al ciclo delle reincarnazioni, aggiunge una condizione stabile e permanente, in grado di segnare il destino di un’anima in modo permanente, così come avviene nel paradiso e nell’inferno della tradizione cristiana. Tuttavia lo stesso Platone sottolinea che si tratta di rare eccezioni, mentre il destino normale delle anime rimane quello della metempsicosi.

Eros e il filosofo.

In parallelo al dualismo anima e corpo, che Platone riprende dalla dottrina orfico-pitagorica, il filosofo distingue l’opposizione tra amore celeste e amore volgare, il primo orientato all’anima e all’intelletto, il secondo è orientato ai corpi. Nel Simposio l’incarico di esporre questa opposizione è affidata a Pausania che afferma che esistono due diverse forme di éros o amore, figli di due diverse dee, l’Afrodite celeste e quella volgare. Secondo Platone l’esistenza di questi due impulsi contrapposti é presente in ogni uomo, come dice nel Fedro, dove Platone aveva distinto le tre componenti dell’anima: quella razionale, quella irascibile e quella concupiscibile. Ed é proprio quest’ultima a essere la sede dell’amore volgare, rivolto unicamente al soddisfacimento del piacere fisico. Il termine amore corrisponde a due termini e concetti distinti della lingua greca: filìa e éros, mentre il termine di agàpe, che significa amore fraterno e carità, molto diffuso nelle tradizioni ebraica e cristiana, viene da Platone usato più raramente. Il termine filìa è più vicino al significato di amicizia, anche se comunemente viene tradotto con amore (per esempio filosofia è amore per la sapienza, filantropo significa amore per l’umanità, ecc.). Eros, invece, fa riferimento in modo esplicito all’amore sessuale e al desiderio. Nel Fedro e nel Simposio l’eros è rivolto verso oggetti diversi da quelli sessuali (dalla bellezza di un corpo all’idea di bellezza in sé, attraverso vari gradi intermedi), anche se conserva comunque la forza e il coinvolgimento profondo legato al desiderio sessuale e non al rapporto più razionale e più pacato indicato dal termine filìa. Proprio per questo motivo Platone si riferisce all’eros come a una divina mania.

La ragione e le passioni.

Nel Fedro, il dialogo in cui Platone tratta della conoscenza delle idee, si parla sopratutto del tema dell’amore. Nella parte centrale del dialogo, Platone descrive con toni accesi la lotta interiore che si consuma dentro ogni animo umano, tra la tensione erotica che spinge al soddisfacimento fisico e quella che la spinge a elevarsi verso le idee e l’iperuranio. Platone afferma che, nel rapporto amoroso, la ragione e le passioni entrano in contrasto tra loro: se la ragione prevale, allora l’amore nobilita, eleva l’anima verso il mondo delle idee o, come dice lo stesso Platone, le fa spuntare le ali per salire verso l’alto; se invece prevale l’amore volgare, l’anima rimane legata al corpo e si abbrutisce, perdendo le ali.

Eros: la metafora del filosofo.

La parte principale del Simposio è occupata dal discorso di Socrate che riferisce quanto udito dalla sacerdotessa Diotima. Ella gli aveva narrato la nascita di Eros, generato da un dio, Poros, e da una mendicante, Penia. Eros, dice Platone per il tramite di Socrate, non è dunque né un dio, né un uomo, ma un essere intermedio, un demone, metafora dell’amante che desidera ciò che non ha e del filosofo che tende verso la sapienza, ma che non la possiede. Socrate procede dicendo che gli dei, che conoscono la verità, non sono dei filosofi perché, già possedendo la verità, non la desiderano. Non è filosofo, cioè amante della sapienza, neppure chi è completamente povero, cioè chi non è consapevole della propria ignoranza e non desidera quindi superarla. Socrate afferma che filosofo è colui che non possiede la conoscenza, ma che la desidera, cioè colui che cerca la verità. Eros rappresenta il desiderio di bellezza e di bontà da parte di chi, dato che le desidera, non le possiede.
Platone definisce l’amore come un tendere verso e, nella sua prospettiva, assume il significato di tendere verso il mondo delle idee. Eros é amore per la bellezza, che è anche l’unica idea in grado di manifestarsi nel mondo sensibile. Secondo Platone, contemplando la bellezza, colui che è posseduto da eros, è in grado di passare dall’amore per le cose belle a quello per le attività e le istituzioni umane, da qui a poter cogliere la bellezza della conoscenza e del sapere, per poter infine contemplare il bello in sé, cioè l’idea di bellezza. Per Platone, quindi, l’eros rappresenta dunque la tensione che conduce a superare i limiti del mondo visibile per giungere al mondo delle idee. Platone afferma che l’amore guidato dalla ragione dà all’anima l’impulso di mettere le ali e di salire verso l’alto: senza questa forza l’uomo sarebbe dominato eccessivamente dal buon senso o, come lo definisce Platone, assennatezza mortale e non potrebbe superare i propri limiti che sono legati al mondo visibile. Platone lo definisce il delirio divino che spinge l’uomo a superare la propria individualità, oltrepassare se stesso e la propria quotidianità, oltre il mondo dell’esperienza, del senso comune e delle sensazioni. Platone usa spesso la metafora dell’ascesa per indicare il tema della purificazione che compare diffusamente in diverse opere platoniche. Poiché la filosofia implica un processo di purificazione, essa non può essere soltanto studiata o appresa da altri, ma richiede invece un profondo coinvolgimento personale, una vera trasformazione di sé o conversione. Allo scopo di spiegare meglio questo aspetto possiamo analizzare una celebre metafora platonica, quella della seconda navigazione. Nel Fedone, Platone fa raccontare al personaggio Socrate il suo interesse giovanile per la natura, destinato però a non essere soddisfatto dalle spiegazioni di tipo fisico. Infatti, secondo l’esempio che Socrate propone, il fatto che Socrate si trovi in carcere, in attesa dell’esecuzione della condanna a morte, pur dipendendo dai movimenti delle ossa e dei muscoli che l’hanno condotto là, ma non ne rappresentano la vera spiegazione.
Socrate allora, abbandonata la strada percorsa dai filosofi precedenti, ricerca il senso del mondo tramite quella che chiama appunto la seconda navigazione. Nel gergo marinaresco la prima navigazione è data dall’uso delle vele e dallo sfruttare i venti favorevoli, mentre la seconda navigazione è data, una volta cessati i venti favorevoli, dai remi e dalla forza delle braccia: quest’ultima tipologia di navigazione necessita sia di un coinvolgimento personale, che di uno sforzo intenzionale. Ciò significa per Platone che l’uomo, abbandonate le conoscenze che già possiede, deve impegnarsi totalmente nella ricerca della verità, aprendosi al mondo delle idee e abbandonando le certezze offerte dai sensi. Platone, quindi, sostiene che non si impara ad essere filosofi, ma si diventa filosofi mediante un processo di cambiamento di sé che permette all’anima di mettere le ali e salire al mondo iperuranio per contemplare le idee. Eros, quindi, rappresenta per Platone la divina mania che spinge l’uomo al cambiamento e alla ricerca.

Platone 2 - La Teoria delle Idee.

  Classi 3º A/B/C Linguistico

 Platone: la conoscenza, la teoria delle Idee e il rapporto con le cose.

Il concetto di idea nel pensiero di Platone.

Il termine idea usato da Platone deriva da due termini greci che, usati come sinonimi (êidos e idéa), derivano entrambi dal termine ideîn, cioè il vedere, e indicano ciò che é visto con il pensiero, cioè la rappresentazione mentale.
Il termine êidos significa forma o modello, mentre il termine idéa è tradotto con «idea». Platone usa indifferentemente i due termini, riferendosi al primo termine per indicare la forma o modello delle cose esistenti, mentre usa il secondo per indicare la conoscenza diretta, la visione noetica o intellettuale delle idee. Per Platone le idee non rappresentano delle semplici immagini mentali delle cose, ma delle realtà autonome, che esistono di per sé. Le idee per Platone costituiscono anzi lo stesso essere, che é immutabile ed eterno, rispetto alle cose molteplici che sono soggette al divenire, e di cui non c'é certezza della loro esistenza.
L'esistente ha la propria essenza nelle forme ideali (trascendenza), collocate nel mondo iperuranio, dove l'anima le può contemplare una volta liberata dal corpo, con la morte o mediante un processo di purificazione. Tale concezione, presente in Platone, determina l'esistenza di un netto dualismo tra idee ed esistente, tra mondo intelligibile e mondo sensibile. Tale visione dualistica della realtà si traduce per Platone in una serie di opposizioni quali: anima e corpi, intelletto ed esperienza, ragione e passioni. In quanto essenza dell'esistente, le idee ne costituiscono anche il fondamento razionale e dunque sono l'oggetto della conoscenza scientifica (epistéme), mentre la conoscenza delle cose, mediante i sensi, produce solo opinione (dóxa). Platone distingue diverse tipologie di idee: come forma delle cose (l'idea di uomo, di albero, di cavallo, ecc.), come idee-valori (la giustizia in sé, la bontà in sé, la bellezza in sé, ecc.), e le idee matematiche. Tali idee costituiscono quindi il fondamento sia del bene, sia del vero, oltre che dell'essere, unendo in stretta correlazione sia la conoscenza, che l'etica, cioè l'agire morale.
L'idea, quindi, non rappresenta per Platone una semplice generalizzazione di alcune qualità delle cose singole, ma rappresentano un insieme di proprietà che valgono per identificare e conoscere tutto l'insieme di realtà simili, che condividono tali qualità. Le idee sono uniche e immutabili, in quanto non sono influenzate dalle caratteristiche delle realtà concrete, soggette alla molteplicità e al divenire, ma esse costituiscono dei modelli o forme (éidos) che permettono all'uomo di dare un senso univoco alla realtà concreta e di ricondurla al suo modello specifico, cioè ad una idea specifica, al di là delle particolarità dei singoli oggetti. Ciò é possibile per Platone in quanto l'uomo possiede in sé tutte le idee perché altrimenti non potrebbe riconoscerne la presenza nella realtà concreta che, di tali idee, é la copia imperfetta e mutevole. Ecco perché, secondo Platone, l'uomo non conosce la realtà tanto con la sua ragione, o con l'intelletto, quanto con la sua anima immortale tramite la reminiscenza, cioè il ricordo di quanto già ha appreso in precedenza dalla contemplazione delle idee nell'iperuranio. Platone lega così la conoscenza al problema dell'etica e dell'agire umano, considerando le virtù come idee staccate sia dalle cose reali, legate al divenire, sia dalla conoscenza umana: il termine in sé, usato da Platone per indicare le Idee-valore, implica infatti la loro esistenza come totalmente sganciata dalla realtà, cioè oggettiva. Il tentativo di Platone di definire in modo univoco la virtù costituisce la risposta all'esigenza che Socrate aveva evidenziato di superare la molteplicità degli esempi di virtù per giungere ad una loro definizione oggettiva: l'intento socratico di superare il relativismo sofistico definendo le diverse virtù in modo univoco, superando la molteplicità data dai singoli esempi concreti e delle loro inevitabili differenze, viene raccolta da Platone con la teoria delle idee in cui i valori, che esistono come idee, sono separati dagli uomini, e quindi oggettivi, valgono cioè in assoluto per tutti i popoli e per tutti i tempi, e non dipendono dal soggetto morale, inteso sia come singolo individuo, sia come popolo.
Per Platone,infatti, le idee non rappresentano soltanto il presupposto della conoscenza dell'universalitá dei valori, in quanto Platone ipotizza che le idee esistano separatamente dalle cose e assegna loro una realtà ontologica, cioè le definisce esistenti di per sé e non quali prodotti del pensiero esistenti solo nella mente umana: le idee hanno quindi esistenza reale, in un mondo trascendente, separato da quello dell'esperienza. Tutte le cose risultano essere così frutto dell'imitazione delle idee corrispondenti. In alcuni miti Platone descrive il mondo delle idee, l'iperuranio: dell'esistenza di tale mondo Platone ne parla, in particolare, nel Fedro a proposito del mito della biga alata, proponendo una metafora dell'anima umana, cioè un modello per far comprendere la natura dell'anima e il suo rapporto con le idee e non una loro descrizione. Piuttosto che di luoghi, Platone fa riferimento a due diverse dimensioni dell'essere, quella visibile e quella intelligibile, cioè invisibile agli occhi e visibile solo all'intelletto. Platone afferma, inoltre, che anche l'anima è invisibile ed é della stessa natura delle idee, essa si trova accanto al corpo, nello stesso luogo, ma non insieme, cioè non unita ad esso come dirà invece Aristotele. Anima e corpo, idee e cose, mondo intelligibile e mondo sensibile, pur trovandosi nello stesso luogo, sono per Platone in realtà separati in quanto di natura diversa: l'intelligibile non é infatti soggetto al divenire e rimane lo stesso per tutti quelli che lo conoscono, a differenza del visibile: da qui il dualismo e la separazione tra mondo visibile e mondo intelligibile. Le idee, quindi, per Platone, esistono indipendentemente dagli uomini e dalla loro mente e Platone sottolinea spesso il loro carattere oggettivo e la loro esistenza reale.
Esistono quindi diversi tipi di idee: le forme o modelli universali delle cose, le idee-valori, corrispondenti alle virtù, e le idee matematiche. Ciò che cambia é invece il rapporto dell'idea con l'esistente. Le cose concrete sono copie delle idee e, da questo punto di vista, hanno un rapporto di imitazione (mimesi) con l'idea corrispondente. Ogni oggetto, animale o specie esistente rappresenta una copia di una idea specifica, e dato che ogni esistente rappresenta una copia imperfetta della sua idea corrispondente, in quanto materiale e quindi imperfetta, la realtà delle cose imiterà le idee in modo imperfetto: ciò permette di spiegare le diverse caratteristiche individuali delle cose e la loro molteplicità.
La parte centrale della filosofia di Platone é dedicata alla teoria delle idee. Il termine idea, utilizzato da Platone, deriva dal termine greco “éidos” che significa modello o forma. Per chiarire il ruolo che il filosofo attribuisce alle idee é necessario chiarire con un esempio tratto dalla matematica, disciplina che riveste un ruolo di fondamentale importanza nel suo pensiero. Se consideriamo che tutti gli uomini possiedono l’idea di triangolo isoscele, tale idea non rappresenta soltanto una generalizzazione di cose che possiedono questa forma, ma nella realtà non esistono triangoli isosceli in quanto le reali superfici delle cose visibili sono infatti irregolari, diverse l’una dall’altra, e in continuo divenire. Mentre le cose reali, quindi, mutano continuamente, l’idea di triangolo isoscele risulta essere unica e immutabile. Tale idea non riguarda un insieme di percezioni, ma un insieme di proprietà, date dai lati obliqui uguali e dagli angoli alla base uguali. Queste proprietà valgono per tutte le figure che noi possiamo immaginare e rimangono immutate rispetto alle cose reali che a essa si rifanno. Platone sostiene che noi non saremo in grado di riconoscere una superficie come triangolo isoscele, se noi non avessimo già nella nostra mente tale idea: le cose reali sono quindi copie imperfette di quest’idea che utilizziamo per ricondurle a un modello o a una forma. Secondo Platone soltanto applicando le idee alla realtà rendiamo significativa la molteplicità e il divenire della realtà. La prima formulazione della teoria delle idee viene sviluppata da Platone in ambito etico con lo scopo di risolvere i problemi rimasti aperti nei dialoghi socratici: nel Fedone, Platone stesso parla di giustizia in sé, di bello e di buono in sé e, tale espressione indica appunto che le idee sono separate dalle cose e dalla nostra stessa conoscenza, esistendo in modo oggettivo.

La teoria delle idee.

Platone identifica quindi le idee con le diverse virtù, considerandole come modelli unici, in grado di superare e di spiegare i molti esempi diversi e concreti forniti dalla realtà, presupposto che permette a Platone di risolvere il problema del relativismo sofistico. Se quindi i valori esistono come idee, allora sono oggettivi e separati dagli uomini, valgono per tutti i popoli e per tutti i tempi e non dipendono dal singolo uomo. Le idee costituiscono quindi non soltanto il presupposto della conoscenza e dell’universalità dei valori, ma delle realtà che esistono di per sé, e non soltanto nel nostro pensiero, totalmente sganciate dalle cose: le idee per Platone rappresentano delle realtà trascendenti, separate dal mondo dell’esperienza.
Queste idee, secondo Platone, si trovano nel mondo iperuranio e non sono tutte della stessa natura in quanto il filosofo le distingue in tre tipologie:

le idee-valori come il bene in sé, il bello in sé, il giusto, ecc, che rappresentano i valori universali che sono fondamentali per l’esistenza umana;

le idee delle cose come l’idea di uomo o di cavallo, cioè di alberità e di cavallinità, a cui si rifanno tutti gli oggetti concreti del mondo reale;

le idee matematiche come triangolo, quadrato, numero, ecc.

 Platone individua così due diversi piani della realtà: il mondo sensibile, che imita le idee ed é soggetto alla molteplicità e al divenire e il mondo intelligibile, che é dato dalle idee, che non sono visibili ai sensi, ma che soltanto l’intelletto é in grado di cogliere. Esse non sono soggette al divenire, sono eterne e immutabili.
Questi due mondi non rappresentano dei luoghi fisici, ma due diverse dimensioni dell’essere che individuano la vera realtà, quella delle idee, e il mondo illusorio delle cose, la dòxa o opinione, che ne costituisce la copia sensibile imperfetta.
In greco esistono due termini, che vengono usati come sinonimi, per idea: èidos e idéa. Entrambi i termini derivano dal termine idein, che significa vedere, e che indica tutto ciò che viene visto col pensiero, cioè con la rappresentazione mentale. Il primo termine significa forma o modello, mentre il secondo termine è tradotto con idea. Platone utilizza indifferentemente i due termini, in riferimento al primo termine assume il senso di modello o paradigma delle cose esistenti, e del secondo per indicare la conoscenza diretta, cioè la visione intellettuale o noetica. In entrambi i casi le idee non rappresentano soltanto delle immagini mentali, ma delle realtà autonome dal nostro pensiero. Tali idee costituiscono quindi l’essere in senso proprio, immutabile ed eterno, contrapposto alle cose molteplici e soggette al divenire, di cui non siamo in grado di affermare con certezza l’esistenza. Tutto ciò che esiste ha, per Platone, la propria essenza nelle forme ideali (trascendenza) che sono appunto collocate nell’iperuranio, dove l’anima può contemplarle una volta che si sia liberata dal corpo, con la morte o mediante un processo di purificazione. Tale concezione porta Platone a delineare un netto dualismo tra idee ed esistente, cioè tra mondo sensibile e mondo intelligibile, che si traduce in una serie di opposizioni (anima/corpo, intelletto/esperienza, ragione/passioni). In quanto costituiscono l’essenza dell’esistente, le idee sono anche il fondamento razionale e rappresentano l’oggetto della conoscenza scientifica (epistéme), mentre la conoscenza delle cose tramite i sensi produce solo opinione (dòxa). Le varie tipologie d’idee, costituendo il fondamento del vero e del bene, determinano una stretta connessione tra il piano etico e quello conoscitivo, che produranno lo sviluppo successivo del pensiero platonico.

Il rapporto tra le idee e le cose.

Sin qui Platone ha esaminato la diversa natura delle idee e le loro peculiari caratteristiche, ora é necessario invece esaminare il rapporto che tali idee creano con le cose del mondo reale.
Le cose concrete sono il risultato del rapporto dell'idea con l'esistente, in quanto le cose concrete sono una copia delle idee e, sotto tale aspetto, hanno con le idee un rapporto d’imitazione o mimesi, (dal greco mimesis che significa imitazione), con l'idea corrispondente: i tavoli che esistono nella realtà, ad esempio, sono copie dell'idea di tavolo, così come i singoli cavalli risultano essere copia dell'idea di cavallo, ecc.
Poiché la realtà esistente risulta essere materiale, e la materia é imperfetta, le cose imitano l'idea corrispondente in modo imperfetto e tale imperfezione spiega per Platone sia le caratteristiche individuali diverse da individuo a individuo, sia la molteplicità, cioè che vi siano nel mondo reale una pluralità d’individui e cose di diverso genere. Platone stesso paragona le idee a delle formine che creano le diverse realtà, ma sempre in modo imperfetto. Il rapporto che lega, invece, le cose alle idee-valori risulta essere diverso dal precedente e viene denominato da Platone rapporto di partecipazione o di metessi, (dal greco mèthexis che significa appunto partecipazione): Socrate, ad esempio, rappresenta una copia dell’idea di uomo e si può dire che Socrate è un uomo, ma non che imita l’idea di giustizia, in quanto non si può dire che Socrate è una giustizia. Si dirà infatti che Socrate imita l’idea di uomo e partecipa dell’idea di giustizia in quanto é un uomo giusto. Questa distinzione risulta essere molto importante dal punto di vista logico: l’imitazione definisce l’essenza dell’esistente, l’essenza di Socrate è quella di essere uomo, mentre la partecipazione definisce le qualità, cioè i predicati dell’esistente. Mentre le idee legate all’essenze sono uniche e legate all’imitazione, le idee di cui un individuo partecipa, e che sono legate alle qualità, sono molteplici.
Tra le idee e le cose esiste inoltre un altro possibile legame che riguarda però soltanto l’idea di bellezza: essa si manifesta nelle cose e diventa visibile in esse sotto forma di un legame di parusia (dal greco parousia che significa presenza) che è l’unico legame che può essere colto anche dai sensi. La conseguenza principale della teoria delle idee é la separazione dell’essenza dall’esistenza: l’essenza costituisce la vera realtà, rappresentata dall’idea, ed é separata quindi dalla realtà, cioè risulta essere trascendente rispetto all’esistente. La trascendenza implica per Platone un netto dualismo sia dal punto di vista ontologico, cioè dell’essere, sia dal punto di vista gnoseologico, cioè della conoscenza: da un lato Platone individua il mondo delle cose esistenti, quello che può essere colto con i nostri sensi, il visibile, un mondo che risulta essere molteplice, imperfetto e soggetto al divenire e quindi illusorio; dall’altro il mondo delle idee che sono perfette, uniche per ogni classe di cose, immutabili e che possiamo cogliere soltanto mediante l’intelletto o intelligibile.
Questa separazione crea a Platone molte difficoltà che verranno risolte soltanto negli ultimi dialoghi, ma che gli permettono di proporre un tentativo di soluzione ai problemi rimasti aperti nelle filosofie precedenti: l’universalità dei valori rispetto al relativismo sofistico, le realtà del molteplice e del divenire, che erano stati oggetti di dibattito sin dalle filosofie di Eraclito e di Parmenide, così come dei filosofi Pluralisti.
Il problema del divenire delle cose che, nonostante il continuo cambiamento, mantengono invariate alcune caratteristiche essenziali, era stato in precedenza affrontato da Parmenide che aveva negato il divenire, giungendo ad affermare che costituirebbe un assurdo logico, in quanto la sua affermazione implicherebbe il passaggio continuo dal non essere all'essere. In questo modo le esigenze del lógos, che afferma l'identità dell'essere, appaiono così inconciliabili con i dati dell'esperienza. I filosofi Pluralisti avevano tentato di riconciliare il piano dell'essere e quello del divenire naturale, spiegando il divenire come aggregazione e disgregazione di enti immutabili quali gli atomi di Democrito, le radici di Empedocle e le omeomerie di Anassagora.
Platone affronta il problema del divenire che appare inconciliabile rispetto alla razionalità della realtà. La necessità di poter attribuire permanenza ad aspetti del reale che mutano continuamente spinge Platone a ricercare una possibile soluzione che salvi l'essenza delle cose, pur non negando il cambiamento nel mondo fenomenico. Platone separa i due mondi e considera le idee come l'essenza stabile delle cose esistenti che, invece, sono in continua trasformazione: da un lato il mondo immutabile e perfetto delle idee, mentre dall'altro quello delle cose, che nascono, si trasformano e muoiono, ma che non rappresentano la vera realtà. Platone sottolinea come, mentre l'intelletto coglie le idee, conosce cioè la loro realtà immutabile, come essere identico a sé stesso e oggetto della conoscenza scientifica, i sensi conoscono il mondo delle cose reali e illusorie, soggette appunto al divenire. Per quanto riguarda il problema della molteplicità, Platone individua la natura logica del problema, legato al lógos, cioè alla ragione. L'utilizzo di diversi nomi per indicare diversi individui che sono riassumibili tutti all'interno dello stesso concetto, cioè quello di uomo, quindi di uno stesso nome, viene da lui spiegato mediante la stessa teoria delle idee: tali diversi individui costituiscono tutte imitazioni della stessa idea di uomo. In tal modo Platone riunisce l'ontologia dell'essere alla gnoseologia o conoscenza: conoscendo, infatti, l'idea di uomo, noi conosciamo la vera realtà degli individui, cioè ne conosciamo la loro essenza, il tì esti di Socrate, quindi il concetto. Ciò, per Platone, rende possibile la conoscenza scientifica della realtà, permettendoci d'individuare le strutture razionali comuni a tutti gli individui che hanno caratteristiche simili, pur nelle loro differenze individuali, superando così la barriera del molteplice.
Anche oggi la scienza deve affrontare e risolvere gli stessi problemi in modo simile a quello platonico: lo zoologo, ad esempio, non conosce tutti i singoli animali che esistono nel nostro pianeta, ma conosce i concetti generali che gli permettono di classificarli in genere e in specie, riconducendo i singoli animali alle caratteristiche del genere e della specie a cui appartengono. Allo stesso modo Platone fa riferimento alle idee per interpretare la realtà, ma con l'importante differenza che lui non considera le idee in quanto semplici prodotti della mente umana, né esclusivamente come strumenti di conoscenza, ma le considera esistenti di per sé e staccate dal mondo sensibile delle cose.

Platone 1 - Vita e opere.

 Classi 3° A/B/C Linguistico 

Platone e il contesto storico-culturale.

In Platone, è ancora forte il legame con la pólis, che viene considerata, anche per Socrate, il punto di riferimento essenziale della vita dell'individuo, il contesto in grado di conferire senso all'esistenza individuale. La morte di Socrate, maestro di Platone, e le vicende del suo processo, mettono in crisi profonda il rapporto tra Platone e la città, divenendo il motivo ispiratore della sua riflessione politica e filosofica. La pólis, al tempo di Platone, quale modello sociale e politico, è ormai in crisi: la Grecia si avvia ormai verso la perdita della sua autonomia politica e sociale, dovuta al protrarsi della guerra del Peloponneso (431/404 a. C.), a cui faranno seguito sia un periodo di lotte che si concluderà con la breve supremazia tebana, sia con la conquista macedone da parte prima di Filippo II, e poi di Alessandro Magno. Platone si colloca quindi alla fine dell'età della pólis, in un periodo storico in cui lo scenario della città che avevano vissuto Socrate e i Sofisti, ora viene meno, pur rimanendo ancora molto importante il lógos, il discorso, che si esprime nel dialogo o nei discorsi retorici. Platone, quindi, indirizza il proprio pensiero all'indagine politica e alla crisi che essa sta registrando, nel tentativo di ipotizzare uno Stato ideale e perfetto, in grado di educare i cittadini alla realizzazione della virtù e della giustizia: uno Stato ideale a cui i cittadini possano far riferimento come modello ideale di convivenza politica e sociale, in grado di offrire e di garantire l'universalità dei valori contro il relativismo gnoseologico ed etico, proposto dai Sofisti, al quale Platone cercherà di contrapporsi, indirizzando la sua indagine filosofica alla politica e all'etica, che reciprocamente si legano all'interno del suo pensiero. Ma proprio nel tentativo di rispondere alle esigenze pratiche del comportamento individuale e sociale, Platone costruisce un imponente edificio metafisico che affronta il problema dei valori e della loro universalità, ma che tenta di risolvere i problemi rimasti ancora lasciati aperti dalle filosofie precedenti: il problema del molteplice e del divenire, il rapporto esistente tra esperienza e pensiero, tra lógos e realtà, riprendendo la via tracciata in precedenza da Parmenide.

Platone: la vita.

Platone nasce ad Atene intorno al 428/427 a. C. da una famiglia ricca e aristocratica, di antica nobiltà. Il suo vero nome è Aristocle, mentre il nomignolo di Platone, con cui sarà universalmente conosciuto, gli viene dato dal suo insegnante di ginnastica a causa dell'ampiezza delle sue spalle e della sua figura, dal termine greco plátos = ampiezza.
All'età di vent'anni, nel 408 a. C., diventa allievo di Socrate e lo seguirà sino alle vicende del suo processo e della sua morte, avvenuta nel 399 a. C. e di cui sarà uno dei testimoni più accurati e attendibili. Successivamente Platone lascia Atene e, dopo un soggiorno a Megara, inizia a viaggiare molto, recandosi anche in Egitto e nella Magna Grecia, dove conosce il pitagorico Archita di Taranto. Dopo un breve soggiorno ad Atene, la abbandona di nuovo nel 388 a. C., per il primo dei suoi viaggi a Siracusa, dove attua il suo primo tentativo di convincere il tiranno Dionigi I a realizzare il modello di stato che Platone sta elaborando, contando anche sull'appoggio del cognato di Dionigi, Dione, che diviene suo allievo. Fallito questo primo tentativo, Platone torna ad Atene e vi fonda la sua scuola, l'Accademia, nel 387 a. C.
Nel 367 a. C., alla morte di Dionigi I, Platone compie il suo secondo viaggio a Siracusa, con la speranza di poter realizzare il proprio progetto politico con il nuovo tiranno, Dionigi II, ma anche questo tentativo fallisce. Platone farà un terzo viaggio a Siracusa, nel 361, ma rischia di concludersi in modo tragico a causa dell'ostilità di Dionigi II che minaccia di imprigionare Platone: soltanto grazie all'intervento di Archita Platone riesce a far ritorno ad Atene, dove si dedica all'insegnamento nell'Accademia, fino alla sua morte, avvenuta nel 347 a. C.

Platone e le opere: il Corpus Platonicum.

Il corpus platonicum,, cioè l'insieme degli scritti attribuiti a Platone, si compone di 36 opere: si tratta di 36 dialoghi, l'Apologia di Socrate e una raccolta di 13 lettere, di cui solo una sicuramente autentica. Altre opere, che sono state in passato attribuite a Platone, sono ora riconosciute come spurie, cioè di dubbia autenticità. La classificazione delle opere principali può essere così riassunta:

- i dialoghi giovanili, o socratici, scritti tra il 395 e il 388 a. C. che comprendono l'Apologia di Socrate, il Critone, lo Ione, l'Eutifrone, il Carmide, il Lachete, il Liside, l'Alcibiade primo, di attribuzione dubbia, così come l'Alcibiade secondo, l'Ippia maggiore e l'Ippia minore, il primo libro della Repubblica, il Protagora, il Gorgia, il Menesseno, il Cratilo e l'Eutidemo;

- i dialoghi della maturità, scritti fra il 387 e il 367 a. C. che comprendono il Menone, il Fedone, il Simposio, la Repubblica dal libro II al X e il Fedro;

- i dialoghi della vecchiaia, o dialettici, scritti dopo il 365 a. C. che comprendono il Parmenide, il Teeteto, il Sofista e il Politico, il Filebo e il Timeo, il Crizia e le Leggi, in dodici libri, rimasto incompiuto.

Questa classificazione, che è la più recente, non è l'unica, in quanto nel corso del tempo sono stati seguiti anche altri criteri. La prima edizione delle opere di Platone viene fatta dal grammatico Trasillo di Alessandria, nel I sec. d. C., che ha suddiviso l'insieme delle opere di Platone in nove tetralogie, cioè in nove gruppi di quattro opere ciascuna, secondo un ordine che è rimasto invariato sino al Rinascimento e che, in ambito specialistico, viene usato ancora oggi. Trasillo classifica le opere platoniche in questo modo:

- Eurifrone, Apologia di Socrate, Critone e Fedone;

- Cratilo, Teeteto, Sofista e Politico;

- Parmenide, Filebo, Simposio e Fedro;

- Alcibiade primo e secondo, Ipparco e Amanti;

- Teage, Carmide, Lachete e Liside;

- Eutidemo, Protagora, Gorgia e Menone;

- Ippia maggiore e minore, Ione e Menesseno;

- Clitofonte, la Repubblica, Timeo e Crizia;

- Minosse, Leggi, Epinomide e Lettere.

Non tutti i dialoghi attribuiti a Platone sono sicuramente autentici e su alcuni di essi sono nati dissensi fin dal tempo di Trasillo. Oggi si tende a non reputare autentici i seguenti dialoghi:
- l'Alcibiade primo e secondo, le Amanti, il Teage, il Minosse, mentre l'Epinomide e il Clitofonte risultano essere ancora di dubbia autenticità: Diogene Laerzio, nella Vita di Platone, attribuirà l'Epinomide e le Leggi a Filippo di Oplunte nel IV sec. a. C.

Altri dialoghi che, inizialmente attribuiti a Platone, Trasillo definisce spuri sono:

- Midone o l'allevatore di cavalli, l'Erissia o Erasistrato, l'Alcione, Acefali o Sisifo, l'Assioco, i Feaci, il Demodoco, il Chelidone, il Settimo giorno e l'Epimenide.

Anche per quanto riguarda le Lettere l'autenticità è controversa: vi è accordo comune nell'attribuire a Platone la VII lettera, mentre la I, la V, la VI, la XII e la XIII sono considerate come non autentiche. Un altro problema importante inerente le opere di Platone riguarda la datazione che ha subito molte interpretazioni diverse.
Friedrich Schleiermacher ha posto per primo il problema della datazione delle opere di Platone già nel 1804. Egli propose di ordinare i dialoghi in base al loro contenuto ricostruendo, attraverso la loro successione, l'elaborazione del sistema filosofico di Platone.
Tale criterio, però, è stato molto contestato, in quanto presuppone che Platone avesse già chiaro lo sviluppo del proprio sistema fin dall'inizio; inoltre, la genesi del sistema, che funziona da criterio di classificazione dei dialoghi, rappresenta soltanto una ipotesi di classificazione e non riflette, in modo necessario, le tappe dell'elaborazione del pensiero filosofico di  Platone.
Per questi motivi, Karl Friedrich Hermann nell'opera intitolata Storia e sistema nella filosofia platonica, del 1839, contesta l'ordinamento di Schleiermacher, che poneva ad esempio come prima opera il Fedro, e ricerca all'interno dei dialoghi di Platone citazioni e richiami che consentano di stabilire la loro successione, mentre altri studiosi cercano di integrare tali riferimenti con le numerose indicazioni presenti nelle opere di Aristotele.
Campbell, nel 1861, inaugurò il metodo stilometrico, basando la propria ricostruzione sugli aspetti stilistici oggettivi, come l'uso di certe particelle, la presenza o meno di accenti in alcune parole, e così via. Nel 1897 Witold Lutoslawski, definendo meglio questo metodo, partì dall'analisi delle Leggi, sicuramente l'ultimo dialogo che rimase incompiuto per la morte di Platone, individuando ben 500 stilemi, cioè aspetti stilistici univoci: misurando poi quanti di questi stilemi comparivano negli altri dialoghi, procedette a ritroso, misurando di volta in volta la distanza dalle Leggi.
In alcuni casi il contesto in cui è ambientato il dialogo consente di determinare l'epoca in cui è stato scritto, sia pure in modo approssimativo; in altri casi è la combinazione degli aspetti stilistici con i contenuti a fornire agli studiosi elementi se non per una datazione, almeno per una cronologia, cioè per stabilire la successione delle diverse opere. In questo modo si è giunti alla classificazione ricordata all'inizio, che è quella più accreditata, anche se non l'unica.

Platone: uno sguardo d'insieme sul suo pensiero.

Il problema più importante con cui Platone è chiamato a confrontarsi, è lo stesso che aveva cercato di risolvere Socrate: il relativismo dei valori, sopratutto dal punto di vista etico. Socrate aveva cercato la soluzione nella ragione, tentando di fondare l'universalità della virtù sulla base di argomentazioni razionali che ogni uomo, in quanto essere razionale, avrebbe dovuto condividere. Tuttavia la soluzione ipotizzata da Socrate era risultata debole, in quanto richiedeva l'accordo tra i soggetti conoscenti, ma il ragionamento sui valori non poteva avere la stessa evidenza dimostrativa che poteva avere un ragionamento matematico: l'argomentare di Socrate, quindi, si caratterizzava come una ricerca senza fine, dove progressivamente si inseguiva una definizione dei problemi etici sempre più completa, ma incapace di dare a tali problemi una soluzione definitiva. Platone individua nelle idee, invece, il riferimento preciso e oggettivo sia in ambito conoscitivo, che in quello etico: esistono infatti le idee in sé, come la giustizia in sé o il coraggio in sé, come idea che permette di attribuire una data qualità ad un individuo, a una legge, ecc.; ma esistono anche le idee delle cose concrete, come l'idea di cavallo o di casa, la cui conoscenza permette all'uomo di classificare gli oggetti dell'esperienza nei loro aspetti universali e permanenti, cioè scientifici.
Platone offre così una risposta ai problemi che erano stati lasciati aperti dai filosofi presocratici:  Parmenide aveva sottolineato come la ragione richieda l'unicità e l'uguaglianza dell'essere, mentre l'esperienza attesta la molteplicità e il divenire. Se esistono le idee, ai molti uomini che nascono, vivono e muoiono, corrisponde un'unica idea di uomo, immutabile e perfetta, che ne costituisce l'essenza e ne permette  una conoscenza razionale. Platone sostiene che, se esistono le idee-valori, come l'idea del bene e della giustizia, e quella delle cose, come l'idea di uomo o di cavallo, allora chi conosce le idee, conosce sia l'ambito ontologico, relativo all'essere, sia quello etico, relativo al bene, perciò raggiunge tanto la sapienza, in quanto conoscenza del vero, quanto la saggezza, intesa come conoscenza di ciò che è giusto fare: per tale motivo i filosofi, cioè coloro che hanno una maggiore conoscenza delle idee, devono anche guidare lo Stato, in quanto sanno che cos'é la virtù, e che cosa é necessario fare per conseguirla.
L'oggettività delle idee garantisce la loro esistenza e la loro indipendenza dall'uomo e dalla sua esperienza. Il problema di come sia possibile conoscere le idee verrà risolto da Platone mediante l'innatismo e la metempsicosi: l'anima è immortale e, quando è separata dal corpo, può conoscere direttamente le idee, ma le dimentica quando torna ad incarnarsi, per ricordarle poi nel corso della vita sotto lo stimolo dell'esperienza e grazie alla guida di chi già le conosce.
Da questo punto di sviluppo del pensiero platonico nascono però nuovi problemi e nuove prospettive: Platone sottolinea come non tutti possono conoscere tutte le idee mediante la ragione, in quanto la conoscenza risulta essere legata alla qualità dell'anima, cioè alla purificazione: etica e gnoseologia sono per lui strettamente correlate. Negli ultimi dialoghi, e particolarmente nel Parmenide e nel Sofista, Platone rivede la propria teoria delle idee. In particolare, le cose non possono essere copie dell'idea, perché altrimenti tutte le cose esistenti dovrebbero avere un'idea corrispondente alla loro classe, compresi il fango e altre cose vili: Platone riconduce quindi il rapporto idee-cose alla sola imitazione, ma per spiegare una cosa occorre ricondurla a una pluralità di idee. Ad esempio Socrate non imita soltanto l'idea di uomo, ma partecipa all'idea di essere vivente, di animale, di razionalità, ecc. L'insieme di questi rapporti di partecipazione individua così l'essenza delle cose, rendendo necessario scomporre ogni realtà nelle idee di cui partecipa: questo è il metodo della dialettica di cui Platone farà lo strumento centrale dell'ultimo sviluppo del proprio pensiero.

Il rapporto tra Socrate e Platone.

Platone é stato allievo di Socrate per meno di dieci anni, dal 408-407 a. C., fino alla morte di Socrate, avvenuta nel 399 a. C. Tuttavia questo rapporto tra maestro e discepolo segnerà profondamente la filosofia di Platone. Le stesse vicende del processo e della condanna a morte di Socrate da parte del governo ateniese spingeranno Platone a chiedersi come ciò sia potuto accadere, orientandolo a fare del problema politico uno dei temi centrali della sua filosofia, nel tentativo di porre le basi di uno Stato giusto, in grado di promuovere la virtù dei propri cittadini, anziché di un governo che, corrotto dai giochi politici, condanna a morte un uomo innocente.
Della filosofia di Socrate, Platone conserva il metodo della ricerca, cioè la concezione che la filosofia non segna un punto di arrivo, ma che tracci un percorso verso la verità e il bene che in Platone sono rappresentati dal mondo delle idee a cui il filosofo deve tendere per raggiungere la vera conoscenza. Ma il filosofo (philêin= amare e sophía= sapienza), non è colui che è sapiente, ma colui che ama la sapienza: non la possiede quindi, ma la desidera e la cerca. La filosofia di Platone si configura, quindi, come una ricerca senza fine: Platone, infatti, negli ultimi dialoghi, quelli della vecchiaia, scritti dopo i sessant'anni, non smette di autocriticarsi e di revisionare il proprio pensiero, rimettendosi quindi in discussione e modificando le sue concezioni precedenti e, probabilmente, nelle sue dottrine non scritte e insegnate all'interno della sua Accademia, è possibile che Platone, fortemente convinto della necessità di migliorare e articolare maggiormente il proprio pensiero, lo abbia continuato a fare, integrando ulteriormente le proprie teorie, proprio in questi ultimi insegnamenti lasciati ai suoi allievi. L'intento, profondamente ispirato dal metodo socratico, si traduce in Platone nella necessità di adottare il dialogo quale strumento che permette la ricerca condivisa con i propri interlocutori, senza mai accettare nulla che non sia stato adeguatamente argomentato e sottoposto al vaglio critico della ragione.
Oltre alla scelta del metodo dialogico, vi sono altri aspetti della filosofia di Platone che si ricollegano espressamente alla figura di Socrate e al suo modo di intendere la filosofia: innanzitutto la centralità della riflessione etica e la centralità del problema politico, inteso come rapporto tra lo Stato e i cittadini, nonché la fiducia incondizionata nelle capacità conoscitive della ragione umana nel poter costruire una conoscenza oggettiva e universale, partendo dal concetto, condivisibile da tutti gli uomini, in quanto esseri razionali, al riparo dalla doxá, cioè l'opinione soggettiva del singolo individuo, e dal relativismo proprio della conoscenza sofistica.
Quasi tutti i dialoghi giovanili di Platone sono dedicati all'analisi di alcune virtù e della virtù in generale, anche se tali temi non mancheranno di essere trattati anche nelle opere della maturità, come nella Repubblica, dove il tema etico avrà ruolo centrale: lo Stato giusto realizza in sé stesso la virtù e rende virtuosi i suoi cittadini. La stessa idea di bene è quella suprema, quella che lega tutte le altre idee, come fa il sole con le cose nel mito della caverna nella Repubblica. La virtù e il bene, come per Socrate, possono per Platone essere conosciuti mediante la ragione, superando i singoli aspetti individuali, quali passioni e sentimenti, che differenziano ogni individuo dagli altri. Platone condivide con Socrate la fiducia nella dimensione universale della ragione, in grado di stabilire delle verità valide per tutti gli uomini in quanto basate su argomentazioni razionali, tali da superare il relativismo gnoseologico dei Sofisti: la ragione, quindi, per Platone rappresenta l'unica garanzia di conoscenza oggettiva e universale.
Tuttavia esistono anche notevoli differenze tra il pensiero platonico e quello di Socrate: Platone, a livello dei contenuti filosofici, si differenzia per molti aspetti dal pensiero di Socrate, avendo costruito un vero e proprio sistema filosofico in cui il problema etico viene sviluppato all'interno di una complessa metafisica incentrata sul mondo delle idee, il mondo intelligibile, contrapposto ed estraneo al mondo delle cose, il mondo sensibile. In tal modo Platone cerca di dare una risposta alle domande che Socrate aveva lasciato in sospeso o che non si era posto: come il destino dell'anima dopo la morte, la nascita dell'universo, ecc.
Nel tentativo di dare risposte a tali problemi, Platone fa ricorso al mito, allontanandosi così dal ragionamento socratico, e utilizzandolo in modi diversi. Pur non sapendo se anche Socrate abbia utilizzato dei miti all'interno del suo dialogare filosofico, Platone spesso rende Socrate il protagonista di molti suoi dialoghi giovanili e pone così il problema se sia una rappresentazione fedele del Socrate storico o un'interpretazione platonica della sua figura. Molte informazioni sul pensiero socratico si possono evincere dai dialoghi platonici ed è ipotizzabile che nei cosiddetti dialoghi «socratici» Platone esponga in modo fedele il pensiero di Socrate, mentre via via si allontana dal pensiero di Socrate nei dialoghi successivi. La centralità della figura di Socrate nei dialoghi giovanili costituisce, inoltre, il criterio guida per la loro datazione, pur tenendo conto che Platone espone le proprie teorie filosofiche, pur riprendendo la finalità e lo stile del filosofare socratico. Per quanto riguarda la scrittura platonica, che rappresenta una componente molto particolare del modo di filosofare di Platone, con la sola eccezione dell'Apologia di Socrate, tutte le sue opere sono scritte in forma di dialogo: Platone, pur cercando di rimanere fedele a Socrate, che non scrisse mai nulla, era convinto che il dialogo debba essere sempre un dialogo reale, con interlocutori in carne e ossa. Anche Platone, però, condanna l'uso della scrittura: nel presentare il mito di Theuth, Platone afferma che il testo scritto risponde alle domande sempre nello stesso modo, mentre il dialogo, invece, è ricerca di una verità condivisa, in quanto basata sulla ragione. Platone sceglie però di usare la scrittura, in modo da conservare il proprio messaggio, ma ne sviluppa i caratteri orientati verso l'oralità, cioè il dialogo. I dialoghi platonici sono molto interessanti anche dal punto di vista letterario: il loro scenario di ambientazione viene descritto in modo accurato, con personaggi ben caratterizzati e calati, spesso, all'interno di un contesto narrativo che accompagna e arricchisce l'esposizione delle argomentazioni filosofiche.
All'interno dei dialoghi, Platone inserisce spesso dei miti che utilizza per introdurre il lógos, cioè l'esposizione argomentata, sia per integrare il lògos, cioè per esprimere concetti che non possono essere spiegati, ma che piuttosto devono essere mostrati attraverso il mito. In qualche caso il mito deve rivelare: oltre quindi ad essere importanti per la spiegazione di concetti filosofici, il mito è importante per il coinvolgimento che induce sul piano letterario e l'interesse che veicola anche nelle persone comuni. Platone, però, nella Lettera VII afferma che le cose più importanti non possono essere scritte, ma soltanto comunicate in modo diretto, mediante la parola. Secondo alcuni critici, infatti, gli stessi dialoghi conterrebbero soltanto una versione divulgativa del suo pensiero, mentre la vera filosofia platonica sarebbe affidata alle dottrine non scritte, cioè all'insegnamento orale nell'Accademia. I dialoghi giovanili, o socratici, trattano un unico tema: la virtù. Spesso Platone indaga una virtù specifica, (come il coraggio nel Lachete, la temperanza nel Carmide, la santità nell'Eutifrone, l'amicizia nel Liside), ma Platone cerca di rispondere al quesito di cosa sia la virtù in generale e come possa essere conosciuta ed essere trasmessa, come nel Gorgia e nel Protagora. I dialoghi giovanili vengono definiti «aporetici», perché in essi, secondo lo stile socratico, non si giunge mai ad una conclusione, ma si approfondisce e si chiarisce il problema, raggiungendo l'accordo su alcuni aspetti, che sollevano però nuove domande e così via.
Platone, all'interno dei dialoghi socratici, vuole dimostrare che anche argomentazioni che vengono accettate dalla maggioranza, possono risultare errate o prive di fondamento razionale, in quanto lo scopo dei dialoghi non è la scoperta, ma la ricerca della verità. Anche se nei primi dialoghi mancano delle vere e proprie tesi, si cominciano a presentare alcune tematiche che saranno da Platone sviluppate nelle opere successive. Uno dei primi argomenti che Platone affronta è il rapporto tra la pólis e la coscienza, intesa quale punto di riferimento dell'agire morale. Nell'Apologia di Socrate, dopo che Socrate ha pronunciato la propria difesa, il tribunale emette la sentenza, cioè la sua condanna. Prima della sentenza, l'accusatore richiede per Socrate la pena capitale e Socrate rifiuta di avvalersi della sua prerogativa, stabilita dalla legge ateniese, di chiedere ai giudici la commutazione della pena in esilio, in quanto la coscienza deve prevalere per Socrate anche nel caso di una condanna a morte.
Della condanna di Socrate, Platone ritorna a parlare nel dialogo del Critone, ma con una prospettiva diversa: Socrate è in carcere, in attesa della sentenza, e Critone cerca di indurlo ad una fuga organizzata da  lui e da altri discepoli. Tuttavia Socrate rifiuta e benché la sentenza sia chiaramente ingiusta, essa è frutto delle leggi della città e Socrate rifiuta di eluderle, fosse anche per salvarsi la vita. Le leggi costituiscono il fondamento della pólis e ogni cittadino dovrebbe trovare in esse la risposta alle proprie esigenze formative: la fedeltà alla propria coscienza e la fedeltà alle leggi di Atene sono i presupposti che portano Socrate a rifiutare la via della fuga.
Tuttavia non tutti i dialoghi giovanili si occupano della virtù, anche se questo diventa il tema dominante. Nel Cratilo, la cui collocazione all'interno dei dialoghi giovanili è ancora fonte di discussione tra i critici, il tema centrale di discussione è il linguaggio, la sua origine e la sua funzione. Lo scenario del Cratilo parte da due interlocutori che si confrontano su tesi contrapposte: Ermogene, uno degli allievi di Socrate, sostiene che i nomi rappresentino delle convenzioni, frutto dell'invenzione e dell'accordo degli uomini; Cratilo, invece, seguace della scuola di Eraclito, afferma che i nomi rispecchiano la natura delle cose, tanto che la conoscenza del nome di una cosa permette di comprendere la cosa nella sua realtà; Socrate propone una soluzione intermedia: i nomi sono stati dati dagli uomini e, a volte, esprimono le caratteristiche delle cose, anche se non sempre. Per questo motivo Socrate auspica come opportuno che ci siano dei «legislatori di nomi», filosofi o consigliati da filosofi, capaci di cogliere la vera realtà della cosa, Platone usa qui per la prima volta il termine éidos o forma, per indicare la vera realtà della cosa o essenza. Platone, per bocca di Socrate, analizza il nome di alcuni eroi, sottolineandone il legame con le loro virtù e caratteristiche. La conclusione di Socrate è che i nomi non esprimono la natura delle cose, ma il concetto che se ne è fatto chi ha attribuito il nome alla cosa; quindi i nomi non servirebbero soltanto ad indicare le cose, ma ne insegnano il significato e il concetto, avrebbero così un'importante funzione didattica e formativa.

Il confronto con i Sofisti.

L'analisi delle singole virtù, che Platone sviluppa nei dialoghi minori, rimanda sempre a una definizione che consenta di conoscere cosa sia la virtù in generale. Nei dialoghi che chiudono il periodo socratico, il Protagora e il Gorgia, il tema della virtù viene sviluppato in un confronto con i protagonisti della Sofistica. Il dialogo Protagora ha come tema principale il problema se la virtù sia insegnabile oppure no. A tale quesito Protagora che, come tutti i Sofisti, si definisce «maestro di virtù», sostiene che la virtù sia insegnabile, mentre Socrate gli obietta che, se ciò fosse vero, gli individui virtuosi potrebbero insegnarla ai propri figli, che sarebbero a loro volta virtuosi, cosa che invece spesso non succede. Tuttavia Socrate afferma che essa è una scienza in quanto è conoscenza del bene, ma si tratta evidentemente di una scienza diversa dalle altre. Protagora, che aveva sostenuto l'insegnabilità della virtù, si adopera a sostenere che essa non è scienza. Socrate sottolinea ironicamente che essa non è scienza quale le altre, sottolineando il rovesciamento iniziale di Protagora. La teoria delle idee di Platone risolve anche questa apparente contraddizione: la virtù è infatti conoscenza del bene e del male, una conoscenza però che non su può raggiungere mediante l'insegnamento di altri, ma che va scoperta dentro di sé. La critica alla sofistica, presente nel Protagora, é il tema centrale del Gorgia, un dialogo rivolto contro la retorica, che i Sofisti facevano oggetto del proprio insegnamento. La retorica, l'arte della persuasione, era diventata per la nuova borghesia lo strumento per una rapida carriera politica per ottenere potere e per raggiungere il successo personale. Socrate afferma che essa non è scienza, dato che il retore non può convincere il medico su argomenti di medicina, né il calzolaio sulla bontà o meno delle tecniche impiegate. Egli convince solo chi non è esperto di un'arte, su argomenti che non conosce, quindi non insegna, ma affascina  o blandisce con la parola. Socrate, e per suo tramite Platone, sostiene che la retorica sta alla politica come la cosmesi sta alla ginnastica: la seconda forma il fisico, mentre la prima lo abbelisce semplicemente; o ancora, che la culinaria sta alla giustizia come la retorica sta alla medicina: mentre la medicina studia il rapporto tra i cibi e la salute, la culinaria li rende soltanto più piacevoli. Gli interlocutori del Gorgia, Socrate, ma sopratutto Polo e Callicle, esaltano la retorica come strumento di dominio sugli altri, legando al potere la felicità. Chi é in grado di fare del male ai propri nemici, senza subire nessuna pena, é felice. Socrate, dimostra al contrario, che commettere ingiustizia rende infelici, tanto che, dovendo scegliere, é preferibile subirla piuttosto che farla e, se si commette ingiustizia, la pena non é da evitare, ma da accettare e da cercare come il malato accetta la medicina che può guarirlo. La felicità non consiste neppure, come sostiene Callicle, nel piacere, dato che esso é legato al soddisfacimento di un bisogno e dipende quindi dal dolore. Ma il bene e il male non possono essere congiunti, quindi il primo non si identifica con il piacere.
A differenza degli altri dialoghi socratici, il Gorgia propone delle tesi che Platone considera dimostrate dal dialogo: la felicità, o eudaímonia, consiste nella virtù, che é temperanza, cioè equilibrio ed ordine dell'anima. Sul piano politico, cioè relativo alla vita della città, il bene coincide con la giustizia: l'ingiustizia, infatti, rappresenta un male non soltanto per l'individuo che la subisce, ma anche per la città nella sua totalità, e ancora di più verso la persona che ha commesso l'ingiustizia, per cui è preferibile la morte che avere l'anima gravata dal peso delle ingiustizie commesse. Il Gorgia, rompendo lo stile tipico dei dialoghi socratici, fatto che ha spinto alcuni critici a classificare il Gorgia tra i dialoghi della maturità, Platone racconta, per bocca di Socrate, il primo dei miti escatologici, cioè relativi al destino finale dell'uomo, tema che sarà ripreso anche in altri dialoghi. Dopo la morte del corpo, l'anima affronta il giudizio delle divinità allo scopo di essere destinata alle «isole dei beati» o al Tartaro, la regione più profonda degli Inferi. La morte, infatti, separa il corpo dall'anima e, come il cadavere conserva le caratteristiche che il corpo aveva durante la vita, lo stesso avviene per l'anima, che conserva tutti i segni di tutti i suoi comportamenti passati: vizi e intemperanze, così come delle virtù possedute. La conclusione del dialogo sintetizza il dovere dell'uomo di preoccuparsi di essere buono e non solo di apparirlo, sia in privato, che in pubblico.
Platone lega così il problema etico sia al dualismo tra anima e corpo, sia al destino dell'anima, che affronterà in seguito in modo articolato e approfondito.