mercoledì 15 novembre 2023

Aristotele 8 - l’Etica.

 Classi 3°A/B/C Linguistico

Aristotele: l'Etica.


Lo scopo delle scienze pratiche è la realizzazione della felicità: l'Etica tratta della felicità individuale, mentre la Politica parla della felicità sociale. Aristotele però attribuisce maggior importanza alla seconda in quanto il bene dello Stato garantisce la felicità di tutti i cittadini.

La felicità come obiettivo individuale e collettivo è però un concetto troppo relativo e generico: 

ecco perché Aristotele identifica la felicità dell'uomo con la piena realizzazione della propria natura e varia quindi per ciascun ente. Nell'uomo, la cui natura è data dalla sua natura razionale, felicità significa allora agire secondo ragione, cioè in modo virtuoso.

L'apice della razionalità si realizza nelle attività legate in modo diretto al pensiero, nella vita contemplativa, nella vita dedicata allo studio e alla ricerca.

Secondo Aristotele esistono due diversi tipi di felicità, a cui corrispondono due diversi tipi di virtù:

- le virtù etiche, che tutti possono raggiungere, legate al costume (éthos = costume), cioè al controllo delle passioni mediante l'uso della ragione;

- le virtù dianoetiche, legate alla ragione e al pensiero, sono considerate di livello superiore, ma non tutti gli uomini sono però in grado di raggiungere questo ideale.

Aristotele si differenzia da Platone sia per l'importanza attribuita all'immanenza rispetto alla trascendenza delle idee, sia per lo stretto legame esistente tra anima e corpo, il sinolo, mentre per Platone anima e corpo  risultavano essere eterogenee, unite da un legame innaturale, che solo la morte può scindere, liberando l'anima dalla sua prigionia.

Platone condannava le passioni come assolutamente negative e l'anima deve lottare per liberarsene, mentre Aristotele non le considera negative purché vengano controllate dalla ragione.

Il controllo sulle passioni, esercitato dalla ragione, può avvenire con la medietà, con il perseguire il giusto mezzo tra due eccessi opposti. La virtù è rappresentata quindi dal giusto mezzo. La strada per  acquisire la virtù non può essere agire in modo virtuoso saltuariamente, ma Aristotele afferma che deve diventare un modo di essere, un habitus, un'inclinazione naturale, che si manifesta mediante l'abitudine ad agire in maniera virtuosa. 

Contro la credenza di Socrate dell'intellettualismo etico, cioè si compie il male solo per ignoranza del bene e non per cattiva volontà, Aristotele sottolinea invece come conoscere la virtù, non sia la stessa cosa di metterla in atto.

Aristotele individua nel costume e nell'educazione, quali fattori esterni in grado di favorire  l'attuazione di comportamenti virtuosi, cioè nei comportamenti e nei valori sociali, gli strumenti che il contesto politico della polis rende disponibili ad ogni cittadino per l'agire morale.

L'azione morale richiede però la libertà di scegliere e l'interiorizzazione delle norme che, da esterne all'uomo, devono diventare regole personali di comportamento.

Platone e Aristotele, anche se in modi diversi, sono entrambi convinti che il contesto politico e sociale sia il luogo fondamentale in cui si declina l'agire morale, lo scenario ideale dove l'etica assume senso e valore. 

Proprio per questo motivo, tra tutte le virtù etiche, la più importante è la giustizia, che Aristotele tratta nell'Etica, piuttosto che nella Politica, con lo scopo di sottolineare l'importanza dello stretto legame che intercorre tra l'individuo e la polis. 

La giustizia viene definita quindi la virtù etica per eccellenza, perché è l'unica virtù che si rivolge agli altri e quindi più direttamente legata alla politica.

Aristotele la definisce come il giusto mezzo tra il fare e il ricevere ingiustizia. Egli distingue tra giustizia distributiva e giustizia commutativa o correttiva.

La prima riguarda il rapporto tra la società e il cittadino e stabilisce i criteri con cui devono essere distribuiti i beni comuni (ricchezze, onori, incarichi), e tale distribuzione dovrà avvenire secondo una proporzione geometrica in base al merito di ciascuno, cioè al contributo che ognuno dà alla comunità.

La giustizia correttiva, invece, riguarda i rapporti tra privati, sia quelli volontari, come i contratti e gli scambi di merci, sia quelli involontari, come il furto o la violenza. In questo caso la proporzione dovrà essere aritmetica, cioè dovrà essere reso ciò che è stato preso, in modo da ristabilire l'uguaglianza. Poiché nei contratti spesso le cose scambiate non sono le stesse, ma devono essere confrontabili, è proprio per questo motivo che è stata istituita la moneta. Questo principio vale per i rapporti volontari, ma anche per quelli involontari: l'uguaglianza viene ristabilita dal giudice sia con il pagamento di un indennizzo al danneggiato, sia mediante la pena che viene inflitta al colpevole.

Un'altra importante virtù etica per Aristotele è quella dell'amicizia, virtù fondamentale e necessaria per la vita. 

Aristotele distingue tre diversi tipi di amicizia: 

- l'amicizia fondata sull'utilità reciproca, dove ognuno dei due amici trae vantaggio dall'altro;

- l'amicizia basata sul piacere, dove gli amici condividono gusti e idee comuni, condividendo il piacere di stare insieme;

- l'amicizia disinteressata che fa unicamente riferimento al bene e alla virtù.

Mentre l'amicizia fondata sull'utile e sul piacere risulta essere effimera e transitoria, quindi di breve durata, l'amicizia disinteressata è duratura e stabile, e può durare per tutta la vita: è l'unica forma di amicizia che apprezza l'altro per sé stesso, non vedendolo come mezzo, ma come fine.

Poiché la natura dell'uomo è di essere razionale, la massima realizzazione della sua natura è rappresentata dalle virtù che riguardano direttamente l'esercizio della ragione, cioè le virtù dianoetiche (da diánoia= pensiero discorsivo o ragione).

Esse sono: la sapienza, l'intelligenza, la scienza, la saggezza e l'arte.

Nonostante la distinzione tra scienze teoretiche e scienze pratiche, Aristotele include quali virtù dianoetiche anche la sapienza e la scienza:

- la sapienza, intesa come virtù, non indica il possesso della conoscenza, ma il desiderio di ricerca e le disposizioni che spingono verso la conoscenza e ne facilitano il raggiungimento;

- la scienza, intesa come virtù, riguarda il possesso di qualità che predispongono alla conoscenza scientifica.

Un'altra virtù che merita un'attenta analisi è quella dell'intelligenza:

Aristotele la definisce come la capacità di intuire i principi primi delle diverse scienze, non esistendo a tale scopo un metodo valido per tutte le scienze.

Poiché la conoscenza per Aristotele avviene principalmente per via deduttiva, ma la deduzione presenta il limite di non poter garantire la scientificità dei principi primi o premesse, il problema non è dato dall'applicazione del metodo sillogistico a tali principi allo scopo di sviluppare gradualmente un determinato ambito del sapere, ma dalla capacità di saper inventare o scoprire tali principi, favorendo così la nascita di nuove scienze o di approcci nuovi all'interno delle scienze già esistenti.

L'intelligenza è quindi la capacità di intuire i principi primi, la scienza è la capacità di svilupparli con il ragionamento deduttivo, mentre la sapienza rappresenta la sintesi di queste virtù, cioè la disposizione verso la conoscenza che include sia l'intuizione intellettiva, che la deduzione dimostrativa.

Le altre due virtù dianoetiche riguardano rispettivamente le scienze pratiche, la saggezza, e quelle poietiche, l'arte.

Anche queste due virtù devono essere considerate quali disposizioni: la saggezza come agire in vista del bene, e l'arte, come applicazione concreta del bene nelle diverse arti.

Aristotele distingue tra sapienza (sophía) e saggezza (phrónesis), tra la disposizione a conoscere e quella ad agire bene. Platone aveva identificato queste due virtù, sostenendo che chi conosce la vera realtà delle cose, necessariamente agisce bene: i filosofi, in qualità di sapienti, erano i candidati ideali per governare lo Stato in modo saggio.

Per Aristotele, al contrario, tali virtù sono distinte: le essenze, immanenti alle cose, sono oggettive e costituiscono l'oggetto delle scienze teoretiche, legate alla sapienza, mentre i valori derivano dall'uomo e sono argomento delle scienze pratiche, legate alla saggezza.

Le prime sono necessarie, mentre le seconde sono solo possibili, sapienza e saggezza sono quindi indipendenti l'una dall'altra, ed è possibile possedere una delle due virtù senza l'altra: per tale motivo Aristotele non ritiene essere il filosofo, in quanto dotato di sapienza, necessariamente un buon politico, che deve essere dotato di saggezza, ma l'esercizio della politica richiede una preparazione specifica e adeguata.

Poiché obiettivo delle virtù dianoetiche è l'attività di studio e di ricerca, cioè la vita contemplativa, essa è allora la massima realizzazione possibile per l'uomo e il vertice della sua felicità.

Quindi, in conseguenza del fatto che il pensiero è l'attività peculiare di Dio, la vita contemplativa avvicina l'uomo a Dio.

L'esaltazione da parte di Aristotele della vita contemplativa non significa isolare il filosofo dal contesto sociale in cui egli vive, ma anzi compito del filosofo è quello di esercitare un ruolo attivo nella convivenza  sociale, realizzando nel comportamento le virtù etiche, pur non essendo un politico. Ma Aristotele è fermamente convinto che solo la vita contemplativa possa garantire all'uomo la felicità: tale felicità è accessibile a tutti, ma richiede una formazione filosofica che non tutti gli uomini possono raggiungere.

È conseguenza della stessa natura razionale dell'uomo, della sua entelechia, realizzare tale obiettivo allo scopo di elevarsi sugli animali e di costruire, mediante il pensiero e l'azione, una società maggiormente equilibrata e razionale.

Aristotele 7 - Fisica, cosmologia, anima e conoscenza.

 Classi 3°A/B/C Linguistico.

Aristotele: Fisica o scienza dell'essere in movimento.


Aristotele attribuisce molta importanza alla Fisica e allo studio del mondo naturale (da physis = natura), tanto da definirla come filosofia seconda, ponendola dopo la filosofia prima, cioè la Metafisica.

Il suo forte interesse sull'argomento è dimostrato dalla mole numerosa di opere dedicate a tale argomento, cioè alle ricerche naturali, e si discosta da Platone in modo netto: per Platone, infatti, il mondo reale non era degno di conoscenza attendibile, mentre per Aristotele lo studio della natura è scientifico in quanto l'essenza è immanente alle cose e non trascendente da esse.

La Fisica studia l'essere in movimento, individuandone leggi generali e cause.

Le cause ultime dell'esistente e del movimento vengono trattate anche nella Metafisica che, in quanto scienza dell'essere, definisce i principi generali di tutte le scienze.

Le cause che costituiscono il punto di partenza dell'indagine sulla natura sono quattro:

- la causa materiale, che riguarda la materia di cui è fatto un ente (in una casa la causa materiale è rappresentata dai mattoni, dal cemento, dalle pietre, ecc.);

- la causa formale, in grado di conferire ordine alla materia secondo un modello determinato (nel nostro esempio della casa, la causa formale è rappresentata dal progetto della casa che guida la disposizione dei materiali);

- la causa efficiente, quella da cui ha inizio il movimento (nel nostro es. i muratori, i falegnami, i carpentieri, ecc.);

- la causa finale, cioè il fine per cui una cosa viene fatta o modificata (nel nostro es. l'intento o scopo con cui viene costruita la casa);

Aristotele distingue poi tra esseri naturali ed esseri artificiali:

- gli esseri naturali sono quelli che possiedono il principio del movimento in sé stessi e quindi le quattro cause sono immanenti agli esseri (un cane per es. o una ghianda che assimila e trasforma la materia, è causa efficiente di sé stessa, ha in sé la forma che la guida e si realizza, divenendo una quercia, quindi tutte le cause sono immanenti al suo interno);

- gli esseri artificiali sono invece quelli che non possiedono il principio del movimento in sé stessi, ma al loro esterno (una palla o la nostra casa dell'es. che subiscono in modo passivo l'azione di terzi);

Tra tutte le cause la più importante è per Aristotele quella finale in quanto nulla in natura avviene per caso: tutto in natura è finalizzato in senso teleologico (da télos= fine e logos= discorso), il finalismo per Aristotele è essenziale per poter comprendere e conoscere la natura in modo scientifico.

Egli, ipotizzando un evoluzionismo ante litteram, cioè che la natura possa funzionare a caso, ottenendo in modo fortuito gli adattamenti necessari alla vita, dimostra che in realtà il mondo fisico non funziona in questo modo: tutto in natura avviene per un fine, dalle radici che si sviluppano verso il basso per trarre il nutrimento dalla terra, alle piante che fioriscono per proteggere i loro frutti, agli animali che sviluppano comportamenti finalizzati alla sopravvivenza.

Ricorrendo alle cause finali nello spiegare i fenomeni fisici, Aristotele si allontana così dalla concezione della scienza moderna, proponendo una spiegazione che dominerà, incontrastata, sino alla Rivoluzione Scientifica del '600.

Aristotele, definendo la fisica come studio dell'essere in movimento, includendo in esso il divenire, ne distingue diverse tipologie:

- il movimento sostanziale, inerente i cambiamenti della sostanza, cioè il nascere e il morire;

- il movimento quantitativo, inerente i processi di crescita e diminuzione;

- il movimento qualitativo, che comprende i cambiamenti di qualità (da giovane a vecchio, da sano a malato);

- il movimento locale, che è l'unico movimento che corrisponde al significato attuale, cioè di spostamento di un corpo nello spazio.

Tutti i vari tipi di movimento sono però riconducibili al moto locale che, per Aristotele, è il più importante ed è il fondamento di tutti gli altri.


La cosmologia.


Aristotele individua quale principio della Fisica la teoria dei luoghi naturali che utilizza per spiegare la struttura dell'universo: ognuno dei quattro elementi naturali, (acqua, aria, terra e fuoco), ha un luogo che gli è stato assegnato per natura e che tende a raggiungere quando non è impedito da cause esterne: il luogo naturale della terra è il basso, quello dell'acqua è sopra la terra, quello dell'aria sopra l'acqua, mentre quello del fuoco è collocato sopra l'aria.

La giustificazione che Aristotele offre di questa teoria è basata sulla semplice osservazione empirica: un sasso immerso nell'acqua va a fondo, mentre l'aria, contenuta in un palloncino, una volta liberata nell'acqua, ne emerge sotto forma di bolle d'aria, il fuoco sale verso l'alto quando è nell'aria, infine terra e acqua cadono verso il basso.

Un'altra ipotesi di Aristotele riguarda la forma sferica dell'universo che non solo è la figura perfetta, ma che è anche suffragata dall'esperienza: egli sostiene che, guardando il cielo di notte, noi vediamo i corpi celesti muoversi in modo circolare.

Unendo la teoria dei luoghi naturali e quella della sfericità del cosmo, ne risulta l'ipotesi del geocentrismo: la terra, in quanto elemento più pesante, ha il suo luogo naturale più in basso e coincide con il centro della sfera, l'acqua tenderà a disporsi intorno alla terra e così via. Se la terra e l'acqua sono presenti sul nostro pianeta, e se si collocano al centro dell'universo, allora la terra si troverà al centro dell'universo.

I quattro elementi naturali si trovano nel nostro mondo che rappresenta un luogo naturale, ma se nel resto dell'universo ci fossero parti di tali elementi, per Aristotele, tenderebbero a raggiungere anch'essi il loro luogo naturale, ciò significa che il resto dell'universo non è costituito da tali elementi, ma da un quinto elemento che Aristotele chiama etere. Dei quattro tipi di movimento individuati da Aristotele, i movimenti sostanziale, quantitativo e qualitativo dipendono dalle diverse  possibilità di combinazione degli elementi che compongono ogni ente. Dove, invece, è presente solo l'etere, è possibile solo il moto locale, non vi è alcun cambiamento o divenire, né nascita o morte, in quanto non esistono enti che possano vivere nell'etere.

In conseguenza di tutto questo, Aristotele differenzia due mondi: quello terrestre o sub-lunare e quello celeste. Mentre il mondo celeste è eterno e immutabile, quello terrestre è soggetto al cambiamento e al divenire, e quindi alla generazione e corruzione degli enti.

Aristotele, sostenendo che la terra è al centro dell'universo, delinea una cosmologia che, perfezionata dall'astronomo egizio Tolomeo, diviene nota come sistema aristotelico-tolemaico e resterà invariato fino alla rivoluzione astronomica di Copernico e di Galilei.

La terra quindi è al centro dell'universo, circondata dalla sfera della luna; i diversi corpi celesti, non potendo fluttuare nello spazio, devono essere sostenuti da sfere composte da etere: ciascuna delle sfere è racchiusa all'interno di un'altra. La sfera della Luna è racchiusa in Mercurio, questo in Venere, Venere si trova all'interno della sfera del Sole, il Sole si trova dentro Marte, questo in Giove, Giove nella sfera di Saturno. Infine la sfera delle stelle fisse chiude l'universo che, quindi è finito. Allo scopo di poter spiegare il movimento dei corpi celesti Aristotele afferma che il vuoto non esiste, ma che il movimento, richiedendo un motore in atto, non può avvenire tramite l'azione a distanza. Ogni sfera viene mossa da quella che la racchiude e che, a sua volta, viene mossa da quella più esterna. Per poter spiegare l'intero processo è necessario ammettere un motore primo, non mosso da altro, cioè Dio, motore immobile. Ciò è possibile perché Dio, in quanto Atto puro, non agisce come causa efficiente, perché altrimenti dovrebbe muoversi lui stesso, ma agisce in quanto causa finale, come forza di attrazione verso tutto l'universo: tutto l'universo tende infatti verso Dio, che è causa immobile di ogni movimento del cosmo.

Anche per quanto riguarda il movimento, il dualismo tra mondo sublunare e mondo celeste divide i due mondi: mentre il moto locale è perfetto e quindi circolare nel mondo celeste, in quello sublunare, invece, esistono due diversi tipi di moto locale: quello naturale e quello violento.

Il moto naturale è quello che spinge ogni corpo verso il proprio luogo naturale, mentre quello violento contrasta questa tendenza. I moti violenti spiegano l'imperfezione del mondo sublunare, dove gli elementi sono mescolati insieme invece di essere disposti in sfere concentriche secondo la teoria dei luoghi naturali.

Non esistendo il vuoto per Aristotele, lo spazio viene definito come limite del corpo: poiché non esiste un luogo senza i corpi che esso contiene, allora non può esistere un luogo che possa esistere esternamente all'universo, visto che l'universo contiene esso stesso tutte le cose.

Anche il tempo è definibile in relazione alle cose: si può parlare di qualcosa che cambia, solo se esiste un prima e un dopo. Il tempo è quindi il numero del movimento secondo il prima e il poi.

Aristotele definisce il tempo come un'entità che deve essere scandita, misurata. In conseguenza di ciò è necessario che ci sia un soggetto che lo scandisca, che congiunga il passato con il presente e con il futuro: il tempo presuppone quindi un'anima, grazie alla quale il prima e il poi possano essere congiunti e misurati. Poiché il prima e il dopo esistono nel movimento e costituiscono il tempo, l'anima è per Aristotele la condizione soggettiva del tempo, ma il divenire ne costituisce la condizione oggettiva.


L'anima e la conoscenza.


Lo studio dell'anima (psychè), permette ad Aristotele di proseguire il discorso intrapreso in ambito metafisico per completarlo in ambito gnoseologico (conoscitivo).

Poiché tutte le sostanze, cioè gli individui, sono il risultato di un sinolo inscindibile di materia e forma, la forma è data dall'anima che, essendo strettamente congiunta al corpo, è mortale e muore con esso.

L'anima si differenzia nei diversi esseri viventi a seconda delle funzioni che svolge: 

- l'anima vegetativa, che è propria delle piante, è responsabile della nutrizione e della riproduzione;

- l'anima sensitiva, caratteristica degli animali, che è responsabile delle sensazioni e del movimento;

- l'anima razionale, caratterizzata dal pensiero, propria dell'uomo.


A differenza di Platone, che individua più anime che coesistono, Aristotele definisce tre funzioni diverse contenute all'interno di un'unica anima: se nell'uomo, oltre alla funzione razionale, sono presenti anche le funzioni vegetativa e sensitiva, negli animali sono presenti le funzioni vegetativa e sensitiva, ma non quella razionale.

La conoscenza per Aristotele inizia sempre dai sensi (niente c'è nell'intelletto che prima non sia stato nei sensi), e avviene per un duplice passaggio dalla potenza all'atto.

La facoltà sensitiva è potenza di sentire e diviene atto solo quando viene rielaborata una sensazione, ma anche le qualità delle cose sono sensibili, e passano dalla potenza all'atto quando vengono sentite.

La sensazione è data quindi dall'incontro tra un momento soggettivo (la facoltà sensitiva che è diversa nell'uomo e negli animali e da un uomo all'altro), e un dato oggettivo, i sensibili propri degli enti.

Oltre alle qualità sensibili delle cose che sono percepibili dai cinque sensi, Aristotele individua i sensibili comuni, cioè il moto e la grandezza, che non sono sensazioni specifiche di uno solo dei sensi, ma ne coinvolgono diversi. La facoltà in grado di unificare queste informazioni sensoriali raccolte da diversi organi di senso, è il senso comune.

Non si tratta di un senso vero e proprio, separato dagli altri, ma indica la capacità di uno o più sensi d’interagire tra loro e della consapevolezza dell'individuo di poter sentire che accompagna la sensazione.

Ma poiché la sensazione è sempre conoscenza del particolare, cioè delle qualità delle singole cose o dei singoli individui, essa è affiancata dall'immaginazione (phantasía), che produce immagini generiche delle cose, ricavando ad es. dalla visione di molti cavalli reali, l'immagine del cavallo in generale.

Da tale processo ha avvio un processo di astrazione che porterà alla conoscenza del concetto: mentre l'immagine è comune anche agli animali, che sono in grado di riconoscere un nemico se appartenente ad una specie di cui hanno visto esemplari diversi, il concetto, invece, può essere conosciuto solo dall'uomo, in quanto oggetto dell'anima intellettiva.

Se è vero che per Aristotele la conoscenza inizia dai sensi, essa è però incompleta e non scientifica: essa infatti permette di conoscere solo il particolare, cioè i singoli enti e non gli universali, che sono l'oggetto della scienza: solo l'intelletto, infatti, permette di conoscere l'universale, cioè il concetto.

La conoscenza tramite il concetto avviene per astrazione: al concetto corrisponde infatti, sul piano ontologico, la forma, che è dentro ogni ente, ma non è visibile ai sensi.

L'intelletto, dalla conoscenza di individui appartenenti alla stessa specie, astrae la forma comune a tutti che, sul piano conoscitivo, corrisponde al concetto.

Il concetto, a differenza dell'immagine che coglie gli aspetti comuni percepibili esteriormente, coglie invece l'essenza o forma. Mentre l'immagine di un uomo è la rappresentazione di un essere a statura eretta, con due braccia e due gambe, il concetto di uomo permette di conoscerlo in quanto essere razionale, in quanto la razionalità è la sua vera essenza.

Così come per la sensazione, anche per l'intelletto Aristotele individua un duplice processo di potenza e atto.

Poiché le forme sono intelligibili e vengono conosciute dalla mente tramite l'astrazione, l'intelletto giunge alla conoscenza dell'universale presente nelle cose.

Aristotele distingue così un intelletto passivo e un intelletto attivo.

L'intelletto passivo indica la potenzialità, la possibilità di poter conoscere tutti i concetti, mentre l'intelletto attivo indica la conoscenza effettiva dei concetti.

Ogni uomo, nel corso della propria vita, conosce realmente un numero limitato di concetti, ma avrebbe potuto conoscerne di altri, quindi potenzialmente può conoscere tutto, anche se attualmente la sua conoscenza è limitata.

Platone spiegava il rapporto tra conoscibile e conosciuto facendo riferimento alla reminiscenza: ogni uomo, che ha visto un certo numero di idee durante la sua permanenza nel mondo delle idee, può rievocarne una parte, mediante l'educazione e l'esperienza, che costituisce la sua conoscenza effettiva, mentre l'insieme delle idee rappresentano il conoscibile.

Per Aristotele, invece, ogni uomo può potenzialmente apprendere tutto il conoscibile, quindi il suo intelletto contiene potenzialmente tutti i concetti: il passaggio dalla potenza all'atto richiede però un atto presente, quindi i concetti che da conoscibili diventano conosciuti, richiedono la presenza degli stessi concetti in atto.

L'intelletto attivo è quindi costituito dall'insieme di tali concetti. Aristotele non specifica se tale intelletto sia universale o particolare, ma ne afferma l'immortalità, cioè il suo non essere soggetto al divenire. Nella successiva filosofia cristiana l'intelletto attivo verrà identificato con l'anima immortale, ma tale interpretazione è completamente estranea al pensiero aristotelico.

Aristotele 6 - La Metafisica.

 Classi 3°A/B/C Linguistico.

La Metafisica di Aristotele.


Il termine metafisica, che deriva dalla collocazione data da Andronico di Rodi a tali opere, viene utilizzato per indicare gli argomenti trattati in essi che vanno al di là della Fisica.

Essa si qualifica come scienza dell'essere in quanto essere, delle cause prime e di Dio.

Il termine ha poi assunto col passare del tempo un significato più specifico e riduttivo, intendendo la trattazione di argomenti inerenti Dio, l'anima, ect., mentre il termine ontologia viene utilizzato per indicare l'indagine delle caratteristiche degli esseri a "scadenza", cioè degli organismi che nascono, vivono e muoiono, cioè gli enti.

Un altro termine che tratta argomenti similari é la Teologia, (da theos= Dio e logos= discorso), che nell'ambito delle religioni rivelate, come il Cristianesimo, trattano di Dio e dei problemi ad esso correlati in ambito religioso.

Ciò che noi chiamiamo metafisica era da Aristotele chiamata filosofia prima, a sottolinearne l'importanza nel suo pensiero.

Per Aristotele la filosofia prima coincide sopratutto con l'ontologia o studio dell'essere in quanto tale. A differenza delle varie scienze che studiano l'essere con diverse determinazioni o qualità, come l'essere vivente o in movimento, considerandolo in relazione a diversi predicati o categorie, tale filosofia studia invece l'essere in quanto tale, ponendosi interrogativi sui principi primi che regolano la realtà, sul suo significato. 

Eliminando qualsiasi determinazione o qualità dei singoli esseri, rimane soltanto il puro essere, l'esistere, che accomuna uomini, piante e animali.

Aristotele specifica 4 diversi significati dell'essere:


- l'essere come accidente;

- l'essere come sostanza e categorie;

- l'essere come vero;

- l'essere come potenza e atto.


La sostanza.

Tra tutti questi significati il più importante e' sicuramente quello di sostanza.

La sostanza o ousia, come la chiama Aristotele, viene differenziata dall'essenza equivalente al ti estì socratico, il famoso che cos'è che introduceva al concetto.

Sin dalle sue origini la filosofia greca si era impegnata tenacemente nel risolvere due diversi ordini di problemi: il molteplice e il divenire.

Mentre esiste in tutti gli esseri qualcosa che rimane immutato nonostante il cambiamento (un individuo rimane se stesso pur crescendo e sviluppandosi), esiste però in ogni individuo qualcosa che è identico a tutti gli esemplari di viventi della sua specie: la scienza, che non può evidentemente conoscere uno per uno tutti i membri di una data categoria, associa le caratteristiche loro comuni e le descrive mediante l'uso di singoli concetti, facilitando così la conoscenza della realtà.

Platone aveva risolto questi problemi, del molteplice e del divenire, con la sua Teoria delle Idee che rappresentavano l'essenza trascendente rispetto alle cose: esse erano infatti uniche ed immutabili per classe di cose, mentre le cose reali potevano essere mutevoli e soggette al divenire; (ad es. un cavallo reale può presentare vari cambiamenti nel corso del tempo, mentre l'idea di cavallo rimane sempre uguale a se stessa e solo questa idea e' oggetto di interesse per la scienza).

Platone spiega le imperfezioni della realtà rispetto alle Idee come ad imitazioni mal riuscite e, per tale motivo, diverse e limitate, non riuscendo a risolvere il problema delle differenze tra un individuo e l'altro.

La soluzione proposta da Aristotele e' più articolata: 

- un fiore e' sempre un fiore perché, al di la' dei cambiamenti visibili, c'è in lui qualcosa che rimane immutato, una sostanza (dal latino substantia= ciò che sta sotto).

A differenza dell'idea platonica, la sostanza e' individuale ed è in grado di spiegare il permanere dell'identità dell'individuo identica a se stessa nonostante il divenire.

Per quanto riguarda la molteplicità, la sostanza, proprio perché è individuale, non coincide con l'essenza (ciò per cui una cosa e' ciò che è), che garantisce la spiegazione razionale e scientifica dell'esistente, e che Aristotele identifica con la forma.

La sostanza rappresenta l'unione inscindibile di materia e forma, legame che prende il nome di sinolo: dove la materia e' il corpo di una cosa, la forma invece è l'elemento generale che da' significato all'insieme.

Se, per es., la materia di un uomo e' data dalla carne e dalle ossa, la sua forma specifica, quella di uomo, organizza in modo preciso tale materia.

Mentre così quella forma e' comune a tutti gli altri uomini, il rapporto unico che lega la materia alla forma di Giovanni e' unica e lo caratterizza come individuo.

L'essenza e' quindi immanente alle cose e non più trascendente ad esse come nell'idea platonica.

Da quanto detto fin qui emergono dunque due differenze molto importanti tra Platone ed Aristotele:

- se gli enti possiedono dentro di se' l'essenza, questi hanno una propria ragione di esistere, quindi la realtà concreta viene rivalutata e ontologicamente fondata;


- inoltre, se le cose possiedono una propria essenza, a loro interna, il mondo dell'esperienza ha una propria razionalità e può essere oggetto della conoscenza scientifica, anche se bisogna superare i fenomeni, le apparenze, per indagare le essenze.


L'essere come accidente.


Mentre la sostanza rimane necessariamente la stessa, nonostante i cambiamenti del divenire, l'accidente (dal greco symbebekos= ciò che accade insieme, che accompagna),

può essere presente, oppure no in un essere, senza per questo alterarne l'essenza. Ad es.  Francesca può indossare un vestito azzurro, ma tale fatto rappresenta un accidente in quanto, che Francesca lo indossi oppure no, l'essere di Francesca non ne viene influenzato in modo permanente e rimane identico sia che indossi il vestito oppure no.

L'accidente rappresenta quindi uno dei tanti possibili predicati dell'essere, una sua determinazione transitoria, ma non determinante per la sua esistenza e la sua forma o essenza.

A livello della conoscenza, o gnoseologico, l'essenza rappresenta il concetto socratico, l'universale, che permette di conoscere razionalmente la realtà al di la' del suo apparire, garantendo all'uomo la possibilità di conoscerla in modo scientifico: conoscendo le forme, conosciamo l'universale che è oggetto di scienza, in quanto superiamo le differenze individuali e accidentali date dalla molteplicità degli esseri per cogliere soltanto ciò che li accomuna: l'essenza o concetto appunto.

In merito alla sostanza Aristotele riprende nella Metafisica alcuni concetti già trattati nella Logica come sostanze prime e sostanze seconde: le prime individuano nomi propri, mentre le seconde rappresentano nomi comuni o generi.

Mentre le sostanze prime esistono concretamente e non predicano nulla, le sostanze seconde predicano aspetti delle sostanze prime e non esistono per sé stesse (uomo, animale, cane, ecc.).

Le categorie sono invece i predicati generali delle cose: essendo qualità delle cose reali, io penso quelle cose tramite le categorie, perché le categorie sono le caratteristiche degli enti reali, ma rappresentano anche le condizioni essenziali che mi permettono di pensarle.

 

L'essere come vero e come potenza e atto.


Per quanto riguarda l'essere come vero, si è visto come Aristotele, già con le categorie, unisca le caratteristiche esistenziali delle cose alle stesse caratteristiche che le cose possiedono nel nostro conoscerle. Il vero viene definito da Aristotele come corrispondenza tra il pensiero e la realtà: gli stessi principi presenti nella Logica (identità, non contraddizione e terzo escluso), sono non soltanto principi generali che guidano il nostro pensiero, ma anche costitutivi dell'essere e sono fondamentali per tutte le scienze.

Parlando prima del divenire, abbiamo visto come Aristotele risolve il problema del cambiamento della realtà individuando nella sostanza degli esseri ciò che non muta.

Ma egli sottolinea anche che il cambiamento in natura non è casuale, bensì finalizzato e dotato di scopo. Se una ghianda, crescendo, diventa albero e non uomo, ciò è possibile perché la forma di ogni essere limita il cambiamento, per cui il divenire e' soggetto a rispettare quella che è l'essenza o forma di un essere e a non modificarlo. Ogni essere, secondo Aristotele, contiene già in potenza ciò che deve e può diventare, e il divenire non può non realizzarlo. Quando un bambino nasce, e' già in potenza un uomo adulto, anche se non lo è ancora e lo diventerà più tardi sviluppandosi; nel momento in cui il bambino sarà un adulto concretamente, allora sarà un adulto in atto, cioè avrà pienamente realizzato la sua forma o essenza di uomo.

Il divenire quindi altro non è che il passaggio di un essere dalla potenza all'atto, cioè la piena e completa realizzazione della sua natura.

I concetti di potenza (dynàmis) e atto (energèia) vengono da Aristotele ricondotti alla materia e alla forma: la potenza e' rappresentata dalla materia che può assumere molteplici forme, mentre l'atto e' rappresentato dalla forma ed è il raggiungimento di una finalità specifica per ogni essere o cosa.

Se a livello temporale la potenza precede l'atto, dal punto di vista metafisico invece, l'atto è più importante della potenza e la precede (non ci sarebbe alcun uovo senza la gallina che lo depone e lo cova= l'uovo è potenza di gallina, mentre la gallina è gallina in atto).

Aristotele chiama l'atto entelechia, cioè realizzazione e compimento, ad indicare che l'atto spinge un individuo a realizzare la propria natura, il proprio fine, la perfezione della propria essenza.

Ogni atto di un essere è potenza di qualcosa e ogni potenza sarà atto, ad es.: gli alunni sono diplomati in potenza, potranno esserlo, ma non lo sono ancora, ma quando saranno diplomati, saranno diplomati in atto e in potenza degli studenti universitari.

Il motivo del passaggio dalla potenza all'atto e' per Aristotele la privazione, cioè la mancanza di qualcosa di essenziale alla natura o essenza di un individuo (un bambino tende a crescere e non a rimanerlo in eterno perché la sua natura o essenza è quella di diventare un uomo adulto).

L'atto precede sempre la potenza perché non può esserci cambiamento di una realtà se questa non esiste, e la potenza tende all'atto perché il processo si completi: senza gallina non ci sarebbe nessun uovo, ma l'uovo, che è in potenza gallina, è anche uovo in atto che diventerà gallina in atto col divenire, e così via.

Sia per Platone, che per Aristotele, la realtà è finalizzata in senso teleologico, cioè finalistico, ma mentre per Platone la realtà si modella sull'idea, per Aristotele la realtà di ogni essere è di realizzare la propria natura passando dalla potenza ad essere qualcosa all'atto di esserlo.


La teologia: Dio come atto in atto.


Se la materia corrisponde alla potenza e la forma all'atto, sul piano logico possiamo anche concepire una materia priva di qualsiasi forma e una forma priva di qualsiasi materia.

La materia informe e' detta materia prima per distinguerla dai quattro elementi naturali (acqua, aria, terra e fuoco) che hanno già una forma che li determina. All'estremità opposta troviamo una forma pura che, essendo completamente priva di materia, non possiede alcuna potenzialità, un atto puro o atto in atto.

Tale atto puro, non essendo dotato di alcuna materia, è immobile in quanto non soggetto al divenire e, dunque, privo di potenza. La Metafisica, quindi, si identifica per Aristotele con la Teologia, cioè con lo studio della divinità.

L'esistenza di Dio viene dimostrata da Aristotele facendo riferimento alle sostanze eterne, in riferimento sopratutto al tempo. Dire infatti prima e dopo, presuppone il concetto di tempo, in quanto prima e dopo sono delle determinazioni temporali. Al tempo si connette il movimento, legato al divenire, che presuppone un motore in atto, perché se fosse in potenza, rimanderebbe ad un altro motore e così all'infinito. Poiché tale motore è privo di materia e non soggetto al divenire, esso deve essere eterno e immutabile. Ma pur essendo immobile, tale motore deve essere causa del movimento nella realtà, non come una causa efficiente (un bambino che calcia la palla), ma come causa finale, cioè in quanto forza di attrazione delle cose a sé. Essendo Dio privo di materia, non può avere un corpo, ma sarà puro pensiero e l'attività del pensare, la più nobile fra tutte, sarà l'unica sua attività e condizione stabile. Poiché, a differenza dell'uomo che può conoscere solo realtà distinte da sé in potenza, Dio potrà conoscere solo le realtà in atto più perfette in quanto in lui la potenzialità è totalmente assente: non potendo pensare che all'entità più perfetta, potrà pensare solo a sé stesso, sarà cioè pensiero di pensiero, pensa a se stesso per l'eternità. Se infatti Dio pensasse il nulla, non sarebbe tale e si troverebbe come un uomo addormentato, mentre se pensasse a qualcosa che non sia sé stesso, il suo pensiero sarebbe potenzialità di conoscere, come nell'uomo, ma Dio è atto in atto e non può avere potenzialità, ecco perché può pensare solo a sé stesso. Tale stato di pensiero rappresenta la beatitudine di un essere perfetto privo di potenzialità e di divenire. Ma Dio per Aristotele non è un Dio Creatore, in quanto l'atto del creare dal nulla significherebbe creare l'essere dal non essere, né una volontà che muove l'universo, ma è la stessa sua natura a farne un principio ordinatore, ma non un Dio personale come quello cristiano. Aristotele, riconoscendo che Dio non può trasmettere il movimento a tutti i cieli, introduce inoltre delle intelligenze immateriali che sono responsabili del movimento delle sfere inferiori, ma la sua visione cosmologica é teleologica e finalizzata: Dio dà ordine all'universo non perché lo vuole, ma perché esiste nella sua perfezione, esercitando una potente azione di attrazione verso di sé di tutta la realtà come descriverà nella Fisica.

Aristotele 5 - Logica 3.

 Classi 3°A/B/C Linguistico

Aristotele: i Sillogismi.

I sillogismi o ragionamenti (da sylloghismos = discorso congiunto), riguardano un processo deduttivo in cui, date delle premesse, otteniamo una conclusione desunta da esse in modo necessario.

Ogni sillogismo presenta una struttura tipica distinta in tre giudizi di cui i primi due costituiscono le premesse e il terzo la conclusione del sillogismo, ad es.:


- Se tutti gli uomini sono mortali,

- e se tutti i Greci sono uomini,

- allora tutti i Greci sono mortali.


Il termine di collegamento tra le due premesse e' il termine medio, di solito rappresentato da una sostanza seconda, cioè da un nome comune, che è presente in entrambe le premesse. Nell'esempio di sillogismo riportato il termine medio e' rappresentato da uomini che compare in entrambe le premesse.

Il termine medio e' facilmente visualizzabile disegnando un Diagramma di Venn in cui è possibile posizionare tutti i sostantivi che sono presenti nelle due premesse.

Il termine medio compare sempre all'interno del cerchio mediano, mentre il termine più

generale occupa l'insieme più esterno e quello più ristretto occupa l'insieme più interno, in questo caso Greci. 

Il termine più esteso individua la Premessa Maggiore, mentre il sostantivo più specifico individua la Premessa Minore. Il termine medio, e' da rilevare, non viene preso in considerazione per individuare le due premesse: il suo compito sarà quello di legare le premesse in modo logico, ma non si considera per tale scopo.

Nella conclusione, invece, non deve mai comparire il termine medio, ma il soggetto deve essere dato dal termine minore, in questo caso Greci, mentre il predicato e' dato dal termine maggiore, in questo caso Mortali.

A questo punto possiamo ormai elencare le regole di validità di un sillogismo:


- la premessa maggiore deve sempre trovarsi al primo posto in un sillogismo che aspiri ad essere valido e non al secondo dopo la premessa minore;

- il termine medio non deve mai comparire nella conclusione;

- il soggetto della conclusione deve sempre essere il termine minore, cioè quello contenuto nella premessa minore, mentre il predicato e' dato dal termine maggiore, cioè quello contenuto nella premessa maggiore;

- la conclusione deve scaturire in modo consequenziale e necessario dalle premesse: se nelle premesse si parla di un certo argomento, allora nelle conclusioni si deve necessariamente affermare o negare qualcosa sullo stesso argomento e non parlare di qualcosa di diverso.

Un altro aspetto importante della Logica aristotelica e' la distinzione tra verità del sillogismo e validità logica: 

- mentre per Platone verità e validità erano coincidenti, per Aristotele non è così: un sillogismo può essere valido logicamente, ma non vero o verosimile necessariamente, o può essere vero, ma non valido, come nel caso:


Se tutti gli uomini sono mortali,

e se tutti gli dei sono uomini,

allora tutti gli dei sono mortali


La conclusione non è vera, perché gli dei non sono uomini, ma è logicamente valida perché scaturisce in modo necessario dalle premesse e sarebbe vera se le premesse lo fossero.


Modi e figure di un sillogismo.


Il sillogismo può essere analizzato rispetto anche ad altri due elementi: 


- il modo, cioè il tipo di giudizi che lo compongono;

- la figura data dalla posizione del termine medio all'interno delle due premesse.


Il modo e' possibile trovarlo all'interno di un sillogismo molto facilmente anche con l'aiuto visivo del quadrato logico.


                                 

                                    A                                             E                                                                                                                                                         

                                           

                                      






                                     I                                               O


Se si prende un esempio di sillogismo qualunque quale:


Se tutti gli uomini sono bipedi,

e se alcuni esseri viventi sono uomini,

allora alcuni esseri viventi sono bipedi.


Aldilà della validità o meno del presente sillogismo, e' necessario trovarne il modo analizzando la tipologia di giudizi utilizzati.

Il primo giudizio e' universale affermativo, quindi lo collocheremo all'interno del quadrato logico come A; il secondo e' una particolare affermativa e quindi I;

il terzo giudizio e' ancora una particolare affermativa e quindi I.

Il modo del nostro sillogismo sarà allora AII.

Per quanto riguarda la figura di un sillogismo, essa è data dalla posizione del termine medio all'interno delle due premesse e tali possibilità sono riassumibili in quattro diverse figure:

 

- 1 figura:   SP

- 2 figura:   PP

- 3 figura:   SS

- 4 figura:   PS

 

Se il termine medio risulta essere sogg. nella prima premessa e predicato nella seconda sarà di 1 figura, mentre se risulterà essere predicato in entrambe le premesse sarà di 2 figura, se risulterà essere soggetto in entrambe le premesse sarà di 3 figura e se sarà predicato nella prima premessa e soggetto nella seconda, sarà di 4 figura.

Aristotele non si interessa dei sillogismi di 4 figura, a differenza dei logici medievali, ma considera perfetti quelli di prima figura, individuando ben 19 modi validi dei sillogismi.


La conoscenza scientifica e il sillogismo scientifico. 


La conoscenza ha bisogno, secondo Aristotele, di un sillogismo che sia formalmente valido rispetto alla struttura e vero rispetto al contenuto.

Tale sillogismo e' individuato da Aristotele nel sillogismo categorico o apodittico che si caratterizza per il fatto che, se entrambe le premesse sono vere, anche la conclusione sarà necessariamente vera. Il ragionamento scientifico, infatti, non può prescindere dall'esigenza che ciò che si afferma di una qualsiasi realtà sia logico, cioè universalmente comprensibile, e sia vero, o almeno verosimile, cioè verificabile mediante esperienza.

Esistono però altre forme di sillogismo che non possiedono tali requisiti e che, quindi, non possono essere considerati scientifici: il sillogismo dialettico e quello retorico, ad es., conducono a delle conclusioni solo probabili, ma non sicuramente vere.

Un esempio di sillogismo retorico e' il sillogismo induttivo: 

- nella sua struttura entrambe le due premesse sono particolari, mentre la conclusione e' universale, ma ciò significa che, considerando pochi casi, non è possibile giungere a conclusioni universali usando questo tipo di sillogismo, quindi avremo soltanto conclusioni probabili, ma non certe, poco utili al ragionamento scientifico.

Nel giudizio categorico, invece, almeno una delle due premesse e' universale e ciò garantisce il carattere dimostrativo del sillogismo, visto che almeno una delle premesse e' valida per tutti i casi considerati. 

Aristotele stesso, a questo proposito, propone un esempio di sillogismo:

- l'uomo, il cavallo e il mulo sono longevi;

- l'uomo, il cavallo e il mulo sono senza bile;

- allora tutti gli animali senza bile sono longevi.

Le qualità proposte sono entrambi presenti in alcuni animali, ma non in tutti e, pur legando assieme le due premesse, questo legame non è necessario perché riguarda solo pochi animali e non tutti: quindi questo sillogismo può essere benissimo usato per persuadere qualcuno di qualcosa, ma non può essere usato in modo dimostrativo, cioè scientifico.

Il sillogismo categorico e' un ragionamento deduttivo in quanto dimostra la necessità delle conclusioni a partire da delle premesse date.

Tale sillogismo però nulla può dirci circa la verità o falsità delle premesse che usa, a meno che esse non derivino da altri sillogismi: se però la questione della verità nella logica e' marginale, in quanto indaga sulla correttezza dei ragionamenti, per la Scienza invece la questione risulta essere essenziale.

La conoscenza scientifica infatti non è solo deduttiva, ma anche dimostrativa, deve infatti provare la verità di quanto asserisce, a partire dalle premesse.

Le premesse utilizzate possono derivare da premesse precedenti, ma questo non può essere un processo all'infinito: prima o poi infatti la scienza deve poter individuare proposizioni vere senza poterle desumerle da altre.

Allo scopo di risolvere questo problema Aristotele introduce altri due metodi di indagine della realtà che affianca al metodo deduttivo che rimane, però, quello principale: il metodo induttivo e quello dell'intuizione.

Il metodo dell'induzione permette di cogliere i principi generali a partire da osservazioni di vari casi particolari, come ad es. affermare che tutti i fiori hanno un profumo dopo averne osservati in concreto vari esempi. Tuttavia il limite di questo metodo e' che le conclusioni a cui giungiamo non possono mai essere sicure, ma solo probabili.

Il metodo intuitivo, invece, permette di intuire i principi generali nella loro evidenza e immediatezza tramite l'intelletto: esistono infatti principi o assiomi comuni a tutte le scienze e altri invece propri e specifici di ognuna di esse. Tra i principi comuni e' importante ad es. il principio di non contraddizione, in base al quale è impossibile affermare e negare contemporaneamente la stessa cosa (ad es. oggi piove e oggi non piove); da tale principio deriva il principio di identità, che indica che una cosa e' identica a se stessa (A=A); abbiamo poi il principio del terzo escluso, cioè che tra due realtà o affermazioni contraddittorie tra loro possa esistere una terza realtà o affermazione di compromesso (ad es. Giovanni e' simpatico; Giovanni e' antipatico;Giovanni e' un po'

 simpatico e un po' antipatico).

Questi assiomi, secondo Aristotele, sono propri non soltanto della Logica, ma appartengono anche all'essere in quanto tale: ecco perché sono oggetto di studio anche da parte della Metafisica.

Grazie all'intuizione e all'uso degli assiomi, ogni scienza costruisce le proprie definizioni che costituiscono il punto di partenza del procedimento deduttivo.

La Logica non può necessariamente entrare nel merito del contenuto delle definizioni, ma può indicarne le condizioni formali di correttezza, cioè valutare la loro validità logica. Ogni definizione deve essere costruita  per genere prossimo e differenza specifica: significa cioè per il genere prossimo si deve far riferimento al genere più vicino, nel caso di uomo il genere più vicino e' animale, mentre la differenza specifica e' ciò che lo differenzia da altre specie animali, cioè ad es. il fatto di essere razionale. In tal caso la corretta definizione di uomo e' quella di animale razionale.

Possiamo così, secondo Aristotele, le caratteristiche delle definizioni e dei principi, ma non è possibile indicare delle regole chiare per costruire tale conoscenza, diversamente dal metodo deduttivo. Aristotele chiama prontezza mentale la capacità che non tutti gli uomini possiedono di utilizzare in modo adeguato l'intuizione a tale scopo.